Genitori spauriti e la “sindrome di Lolita”…

«Ipersessualizzazione». E’ la nuova parola – coniata alcuni anni fa da una sessuologa canadese – che indica quella particolare rappresentazione del bambino e della bambina come una sorta di adulto sessuale in miniatura. In Francia proprio ieri è stato presentato in Parlamento dall’ex-ministro dello Sport Chantal Jouanno un rapporto che nelle intenzioni vuole difendere i bambini e soprattutto le bambine dalla cosiddetta “sindrome di Lolita”. Inutile negare che il problema esiste, non è per nulla marginale ed è grave, soprattutto per una motivazione di ordine educativo: che la causa prima non è da ricercarsi nella televisione e nei social network – che pure cavalcano di gran lena la ipersessualizzazione dei bambini – ma nella testa dei genitori e nella loro incapacità ad arginare questa vera e propria deriva che ormai colpisce già nelle ultime classi delle scuole elementari.

Che vi siano mamme che sognano per le proprie figlie un futuro da veline non è più un segreto, ma che non aspettino i fatidici 18 anni per iniziarle al futuro impiego, questo è altrettanto palese. Il precoce sviluppo fisico fa il resto e così ci troviamo a dover assistere a manifestazioni di diffusa erotizzazione a dir poco imbarazzanti. Non all’insaputa dei genitori, ma con il consenso degli stessi, su cui si legge talvolta – mamme in primis – un sorriso compiaciuto per la piacevolezza della propria “bambina”. A dire il vero, il problema esiste anche per i maschietti, già “gellati” all’inverosimile appena pochi mesi dopo aver abbandonato il biberon. I preadolescenti, poi, si atteggiano al piccolo macho, suscitando in tal caso qualche risata perché più bamboccioni rispetto alle pari-età. C’è molto posticcio in tutto questo, ma i rischi sono altissimi sul piano di una crescita armonica della personalità maschile e femminile.

Andate a vedere qualche bacheca facebook di ragazzini e ragazzine (anche dodicenni): l’album fotografico assomiglia talvolta ad un book per attrici o al provino per le veline, e i commenti dei maschietti sono di una volgarità comune tra gli adulti. Le une si atteggiano a farfalline che mostrano i colori delle ali; gli altri assomigliano a piccoli insetti famelici che sbavano complimenti; e, in risposta, le farfalline fanno finta di essere indispettite perché gli insetti hanno visto solo quello… che esse generosamente mostrano. E i genitori dove sono? Magari sono “amici” in facebook dei figli e magari sono anche poco adusi allo strumento, e quindi raggirati dai loro pargoli, veri e propri “digitali nativi”. Sicuramente, il più delle volte, sono assenti come educatori. Non per cattiveria, certo, ma perché affetti da quella malattia contagiosa a cui non saprei dare un nome, ma che si manifesta con sintomi del tipo: «Ma che cosa c’è di male?… Il mondo ormai va così… Ma io vigilo, però… E poi tutti i suoi amici fanno così, mica posso farli sentire come dei pesci fuor d’acqua…». Salvo poi – come dicevo – trovare anche la mamma che è pure compiaciuta di quella sua figlia, ex-bambina che è già prodigiosamente donna, che è così procace e che suscita tanti apprezzamenti nei ragazzini. Il problema si ripropone a scuola, dove maschi e (soprattutto) femmine vanno spesso agghindati come se dovessero partecipare ad un concorso di “mini-miss” ed il decoro resta fuori dall’aula. E talvolta anche dietro la cattedra il panorama è in tinta con i banchi…

Nella laica Francia la proposta contenuta nel rapporto contro l’ipersessualizzazione sotto i dodici anni prevede il divieto dei concorsi di bellezza per “mini-miss” ed il ritorno all’uniforme scolastica nelle scuole elementari, così tutti sono vestiti uguali ed il grembiule ridà un senso all’infanzia… Una soluzione del genere può certo essere accolta positivamente, ma, a mio parere, tampona il problema senza nemmeno cominciare a risolverlo sul terreno prettamente educativo su cui deve essere, invece, affrontato. Intanto è necessario partire dalla consapevolezza che l’erotizzazione diffusa riguarda tutta la società, colpisce anche il mondo degli adulti, ed isolarla e combatterla solo sotto i 12 anni è difficile, e sa di moralismo assai poco credibile.

Se di uniforme si vuol parlare, ebbene, la “divisa” devono cominciare ad indossarla i genitori, che invece sembrano sempre più spauriti spettatori delle fragili volontà dei figli, sui quali proiettano paure e desideri invece che valori e testimonianze. Vi sono bambini delle elementari che si sentono già dire dai genitori: «Decidi tu che cosa vuoi fare…». Quei genitori si dimenticano che i loro figli non sono ancora in grado di decidere veramente e che la decisione si origina nella libertà se è costruita sull’obbedienza. C’è un tempo in cui bisogna ricevere valori se si vuole imparare a sceglierli. Insomma, contro la ipersessualizzazione si potrà anche usare l’uniforme scolastica, ma essa, per così dire, si limita a coprire il vero problema. Urge nuovo coraggio educativo. L’ipersessualizzazione si combatte solo costruendo personalità armoniche, robuste, fondate su pochi punti chiari ed irrinunciabili, aperte sull’umano ma ferme sui principi che contano. Sto parlando degli adulti, naturalmente. Quello dei bambini è un problema successivo…

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2 thoughts on “Genitori spauriti e la “sindrome di Lolita”…

  1. Le è mai capitato di guardare la trasmissione ” Ti lascio una canzone…” ? Ci sono bambini e bambine che cantano le canzoni con argomenti da adulti e poi tutti battono le mani, come se niente fosse. Le sembra giusto ? A me no.

    • Conosco il programma e purtroppo non è l’unico in cui i bambini sono oggetto di spettacolo per gli adulti. E i primi a spellarsi le mani con gli applausi sono i… genitori, orgogliosi per l’esibizione del proprio rampollo!

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