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Stavo riflettendo su quanto siano rischiose le definizioni. Una su tutte: «Io sono la via, la verità e la vita». Ma la dice Gesù, come può essere pericolosa? Appunto, seguitemi nel mio ragionamento.
Quel «io sono» in prima persona, senza che ce ne accorgiamo arriva a noi in terza persona: Gesù dice che egli è la via, la verità, la vita. Cambia tutto. Detta così, infatti, la definizione è ingessata, una «cosa». Spesso, senza nemmeno accorgerci più, la nostra missione è ridotta ad un concetto (qui ce ne sono addirittura tre) e cementifica Gesù, lo rende esportabile, ma ha smesso di essere persona, incontro, itinerario, cioè un «io sono» dinamico, in perenne movimento in cui ci sono dentro anch’io.
Non è una destinazione, ma un itinerario. Non è una raccolta di regole, ma un fascio di relazioni. Non è una dottrina, ma una persona. Se siamo onesti, riconosciamo che il nostro modo di essere cristiani si trova dopo il «non è», ed è per questo che ci sono tre «ma». Non solo per noi, sembra. Gli apostoli molto spesso stanno dalla nostra parte.
Per esempio, Tommaso ci assomiglia. Vuole sapere la destinazione del viaggio prima di intraprenderlo, vuole studiare il percorso ma prima vuole sapere dove si va. Siamo così, tranne quando siamo bambini. Allora basta che il papà ci prenda per mano, la mamma ci prenda in braccio, e non ci interessa dove si va, basta essere insieme al papà, insieme alla mamma.
E anche Filippo ci assomiglia. Non si accontenta delle mediazioni. Gesù dice: «Avete veduto il Padre». Lui vuole che gli sia mostrato. Non gli basta Gesù, vuole direttamente conferire con Dio. Non ha capito che Gesù è il volto del Padre, che Gesù mostra Dio con una perfezione dai contorni umani che ci è più facile comprendere perché è Dio che si è fatto uomo. Noi assomigliamo a Tommaso e Filippo. Guardiamo Gesù, ascoltiamo le sue parole, ma poi ci costruiamo un Dio a nostra misura, a nostra immagine, come se Gesù e Dio fossero due realtà diverse. Ecco che grazie a Tommaso impariamo che il cristianesimo è una religione della strada. Grazie a Filippo impariamo che il cristianesimo è un incontro che si fa con i volti. E anche noi cessiamo di essere delle definizioni.