Il segno di Cana

SECONDA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno C

Vi sono segni che sembrano inequivocabili. Quello di Cana di Galilea – seicento litri di vino buono prodotti con l’acqua nel bel mezzo di un banchetto nuziale – è certamente uno di questi. Eppure tutto finisce apparentemente con i complimenti fatti allo sposo da colui che dirigeva il banchetto, meravigliato di come quel vino di ottima qualità fosse stato tenuto in serbo per la fine, «quando si è già bevuto molto» e non si è più in grado di distinguere la qualità del vino. È vero, l’evangelista Giovanni – a cui dobbiamo il racconto di questo episodio – chiude dicendo che, proprio grazie a questo «inizio dei segni compiuti da Gesù», «egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui». E coloro che bevvero i seicento litri di vino buono – dovevano essere tanti gli invitati! – che cosa dissero? Che cosa seppero di quel prodigio? Credettero in Gesù? Si direbbe di no. Del resto, Gesù stesso aveva messo in guardia sua madre: «Non è ancora giunta la mia ora». Non era ancora il tempo delle folle che lo seguivano, degli ammalati guariti, dei lunghi discorsi programmatici o delle parabole. Soprattutto, non era quella l’ora del dono totale di sé, del dono inequivocabile, del segno perfetto, quello della Croce.

Quale significato dare, allora, a questo miracolo di Cana di Galilea? È ancora un segno natalizio, un segno di manifestazione della gloria di Dio. Non per nulla, la solennità della Epifania contemplava anticamente tre avvenimenti, bene compendiati dalle parole dell’inno dei Vespri: «I Magi vanno a Betlem e la stella li guida: nella sua luce amica cercan la vera luce. Il Figlio dell’Altissimo s’immerge nel Giordano, l’Agnello senza macchia lava le nostre colpe. Nuovo prodigio, a Cana: versan vino le anfore, si arrossano le acque, mutando la natura». Noi abbiamo smarrito il filo che tiene uniti questi tre avvenimenti. Siamo distratti da mille cose e non riusciamo più ad avere davanti agli occhi e nel cuore questo triplice evento di manifestazione. Cana rischia d’essere solo un prodigio inspiegabile, invece è stato posto tra i misteri della luce, insieme al Battesimo, all’annuncio del Regno presente in mezzo a noi, alla Trasfigurazione e all’Eucaristia. Il significato del segno di Cana è proprio quello di generare luce e di farci vedere, in anticipo sul Calvario, il Gesù che arrossa le nostre acque con il suo sangue, versato come vino buono che regala gioia e salvezza. Ancora una volta il profeta Isaia aveva come intravisto da lontano la figura di Gesù e l’aveva descritta utilizzando una simbologia nuziale, che bene s’addice all’episodio di Cana di Galilea. Noi oggi leggiamo quelle parole che abbiamo ascoltato nella prima lettura come verificatesi storicamente in Gesù, venuto a sposare la nostra natura umana, così che anche noi possiamo ripetere all’umanità: «Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo».

Il segno di Cana, che sta all’inizio del ministero terreno di Gesù, in fondo vuole darci questa assicurazione: la presenza di Cristo è per rispondere al nostro bisogno di bene, per rispondervi con l’abbondanza come è quella di un vino buono e inaspettato, che arriva quando tutto sembra perduto, quando ti sembra di aver perso anche la facoltà per gustarlo, quando ti pare di non meritarlo nemmeno. Il segno di Cana ci conferma che, in mezzo a tutte le cose che ci mancano, noi abbiamo realmente bisogno di Dio e della sua manifestazione storica in Gesù. Ne abbiamo bisogno, e Gesù si nasconde come umile invitato alla nostra festa, ma in realtà la guida misteriosamente verso un esito di gioia piena, trasformando la nostra acqua nel suo vino. Il segno di Cana, infine, è anche il segno offertoci da Maria. Qui, alla festa di nozze a cui ella era la prima invitata, pronuncia le ultime parole – tra le poche che ci sono state ricordate dai Vangeli – e sono parole da scrivere a caratteri cubitali e da riascoltare spesso, se vogliamo imparare ad essere discepoli di Gesù. Ci dice ancora oggi Maria – rendendo inutili le altre mille parole che le vengono spesso messe sulla bocca – : «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Il segno di Cana per noi è fare qualsiasi cosa ci dica Gesù, maestro della nostra gioia.

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