Colpo di testa 100 / Quei difensori di Battisti senza parole per le vittime

Corriere di Como, 15 gennaio 2019

A parte qualche nostalgico di Rifondazione Comunista, la politica italiana deve registrare un unanime consenso all’esito della vicenda giudiziaria di Cesare Battisti, il terrorista pluriassassino che, dopo trentotto anni di latitanza, è stato finalmente affidato alle patrie galere: arrestato sabato pomeriggio in Bolivia, ieri è giunto all’aeroporto di Ciampino ed è stato poi incarcerato nel penitenziario di Oristano. Del resto, Battisti difficilmente avrebbe potuto suscitare simpatie, perché il terrorista transfuga in Francia, Messico e Brasile, ci ha messo largamente del suo per farsi odiare dagli italiani, anche quelli che forse avrebbero potuto invocare qualche attenuante nei suoi confronti. Sempre strafottente davanti alle telecamere, sicuro delle coperture a lui assicurate da intellettuali e governanti e forse anche da ambienti della malavita locale, sprezzante verso le vittime dei quattro omicidi compiuti con ferocia demenziale tra il giugno 1978 e l’aprile 1979, per cui è stato condannato definitivamente con due ergastoli. In fondo, Battisti in carcere ci va, pur con qualche decennio di ritardo, perché assassino, e non certo per le sue idee, che comunque la storia ha già ampiamente seppellito.

Certo, suscita ancora scandalo come abbia potuto – dopo l’evasione dal carcere di Frosinone nel 1981 – nel lungo periodo della vita dorata in Francia e Brasile, godere di forti appoggi culturali e politici, da parte di personaggi che evidentemente pesavano il valore della vita umana con bilance tarate sul colore politico di chi brandiva la pistola, e credevano che in nome delle idee si può uccidere. E da questo punto di vista, è scandaloso che una cinquantina di loschi personaggi degli anni di piombo (un nome su tutti: Giorgio Pietrostefani, responsabile dell’omicidio del commissario Calabresi) vivano ancora indisturbati – nonostante le condanne pendenti in Italia – in nazioni del nostro continente come la Francia. Un altro segnale che L’Europa è poco più che un’indicazione geografica…

Ebbene, dal 1981 è potuto accadere che la vita di un pluriassassino come Battisti sia stata protetta da politici osannati come il presidente francese Mitterand o quello brasiliano Lula da Silva, e da intellettuali coccolati dal pubblico quali il filosofo Bernard Henry-Levy o scrittori come Daniel Pennac e Gabriel Garcia Marquez. Anche in Italia in queste ore imperversa l’ipocrisia: c’è oggi chi tace, ma negli anni tra il 2001 e il 2004 non risparmiò parole e firme in difesa del «perseguitato» Cesare Battisti, contro il suo arresto e la sua estradizione. Nemmeno un cenno, invece, alle famiglie delle umili persone del popolo, che egli assassinò barbaramente. Sarebbe troppo pretendere almeno un tardivo mea culpa da certi illustri personaggi della cultura (come Erri De Luca, tanto per fare un nome)?

Lunga vita a Cesare Battisti, allora, soprattutto adesso che si trova nel posto in cui avrebbe dovuto essere da quarant’anni. Nessun compiacimento per l’ergastolo, sia chiaro. La lunga vita gli serva per espiare la colpa più grave che ha accumulata con la (bella) vita rubata in questi anni di latitanza: il non avere mai chiesto perdono per il male compiuto, uccidendo e odiando. Le idee può tenersele, ergastolane come lui, rimasuglio del passato che fu. Ma abbia il coraggio di pentirsi per delitti che continuano a far soffrire. La pena troverebbe così la sua medicina.

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