Coscienze denutrite!

SESTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno B

Siamo istintivamente portati a considerare negativamente la prescrizione contenuta nel libro del Levitico, che, di fatto, sancisce l’emarginazione dei lebbrosi. Dovremmo porre questo comando biblico nel suo contesto e considerare, ad esempio, l’impotenza dal punto di vista della protezione medica, in cui si trovava una società antica di fronte a gravi malattie infettive. Ma il contesto non modifica di molto il nostro giudizio negativo verso una norma che, invece di aiutare un malato, lo emargina, cioè lo rende ancora più solo a motivo della sua malattia. Ci fa piacere sapere che Gesù, pur essendo ebreo e pur vivendo nel contesto in cui quella norma era comunque rispettata, rompe il diabolico intreccio tra malattia ed emarginazione. Purtroppo, non possiamo con certezza affermare che noi la pensiamo come Gesù. Anzi, talvolta il nostro modo di considerare i “lebbrosi” del nostro tempo è molto simile alla norma del Levitico: volentieri li mettiamo in un angolo, certo confidando nella scienza medica che riesce a guarire ben più malati di quanto fosse possibile guarire al tempo di Gesù, ma siamo spesso pronti ad allontanare il dolore che è provocato in noi dalla vista della sofferenza altrui, e siamo abili a porre «fuori dell’accampamento» coloro che, certo, non giudichiamo più religiosamente impuri a motivo della loro malattia, ma che teniamo comunque lontani.

La lebbra peggiore, del resto, è quella che infetta il cuore e la coscienza e non i tessuti del corpo, e, anche se la lebbra come malattia fisica non può dirsi del tutto debellata nel mondo, la lebbra che colpisce il cuore è purtroppo sempre latente, una specie di influenza della coscienza che sonnecchia dentro di noi e qualche volta ci mette la febbre e ci fa sentire sensibilmente la sua presenza. Ogni tanto sembra di vederla all’opera, questa febbre della coscienza, questo sonno della ragione. Ci sono, è vero, corpi denutriti di cui si parla con compassione non sempre a proposito, ma ci sono anche coscienze affette da uno stato di profonda denutrizione. Magari pronte a puntare il dito contro norme religiose come quella del Levitico, denominandole come barbare e disumane, ma poi capaci di partorire assurdi teoremi. Lo disse papa Benedetto XVI in un discorso rivolto ai membri della Pontificia Accademia della Vita: «Così la coscienza, che è un atto della ragione mirante alla verità delle cose, cessa di essere luce e diventa un semplice sfondo su cui la società dei media getta le immagini e gli impulsi più contraddittori». Com’è vero, e come siamo sensibili, noi videodipendenti, a questi impulsi! Stiamo attenti che la coscienza – anche la nostra, oltre a quella di chi sembra affetto da delirio di onnipotenza, nei laboratori o nei palazzi di giustizia o nelle aule politiche – non si addormenti del tutto, così che un bel giorno ci troviamo noi con un corpo denutrito in un letto, gestito da sempre più numerose coscienze denutrite.

Per cominciare a guarire da questa febbre non ci resta che guardare i gesti di Gesù. Egli si mette non di fronte al malato – e il lebbroso del suo tempo assomiglia assai al nostro malato che chiamiamo “terminale” – ma al suo fianco. Si lascia muovere a compassione, stende la mano, lo tocca. Gesù condivide l’impurità del lebbroso sino a toccarlo.

Certo, di fronte alla sofferenza e di fianco al malato è necessario commuoversi per entrare veramente in sintonia, emozionarsi per condividere: solo colui che patisce personalmente, compatisce veramente, e non si dà compassione senza passione. Ma bisogna anche superare l’emozione e riflettere. Bisogna uscire dal vortice delle immagini contraddittorie e puramente emozionali con cui gli uomini dal cuore cieco cercano di annebbiarci la coscienza. Ricordandoci che la vita dell’uomo non è un bene disponibile, ma un prezioso scrigno da custodire e curare con ogni attenzione possibile.

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