Colpo di testa 28 / La Turchia, Erdogan e il veleno della demagogia

Corriere di Como, 18 aprile 2017

L’esito del referendum in Turchia non è stato certamente il plebiscito che il presidente Erdogan sperava di ottenere: il sì alle riforme costituzionali è stato pari solo al 51,3% dei votanti e nelle grandi città (Ankara, Istanbul  e Smirne) ha prevalso addirittura il no. Ma il “sultano” – così viene ormai chiamato il presidente turco – non ha perso nemmeno un minuto per cantare vittoria. Le riforme approvate rafforzano grandemente i suoi poteri personali e gli permetteranno di restare in sella – se rieletto – sino al 2029. C’è da preoccuparsi? Gli analisti internazionali non sono unanimi circa il ruolo di Erdogan sullo scacchiere internazionale. Alcuni ne paventano la mania di grandezza sull’onda del glorioso passato dell’impero ottomano. Altri valorizzano l’islamismo moderato di cui Erdogan è fautore, al posto del quale subentrerebbe una visione più radicale e fondamentalista. Quando si tratta di Paesi islamici, questa alternativa secca è davvero foriera di conseguenze funeste, come hanno dimostrato i disastri umanitari in Iraq e Siria, e, in maniera simile, anche le convulsioni in Egitto e Libia. Sta di fatto che, soprattutto dopo il referendum del 16 aprile e sulla scia dell’enigmatico fallito golpe militare del luglio 2016, il regime di Erdogan assomiglia sempre di più a una tirannide e sempre di meno a una democrazia.

Ora, la cosa non può non preoccupare l’Occidente, visto che la Turchia è un Paese membro della Nato, e deve allarmare in primis l’Europa, nel cui consesso la Turchia era in procinto addirittura di entrare (anche se ora questo passo sembra essersi ormai definitivamente allontanato). Non più tardi di qualche settimana fa’, il presidente turco aveva accusato di nazismo prima l’Olanda e poi la Germania, con una Europa rimasta diplomaticamente in silenzio. D’accordo, chi ha giudizio, lo usi. Ma non vorrei che, siccome Erdogan detiene le chiavi della porta d’ingresso balcanica degli immigrati, possa credere di fare il bello e il cattivo tempo con una Europa, che in politica estera è praticamente in ginocchio.

Ma c’è un’altra riflessione che il referendum di domenica innesta dentro un quadro più generale. In fondo Erdogan per suffragare il suo potere ha usato uno strumento democratico come il referendum. È un tiranno che si fa acclamare dalla maggioranza dei suoi cittadini, non importa se risicata. Fa riflettere quest’uso distorto della democrazia numerica per rafforzare qualcosa, che di fatto diminuisce drasticamente proprio il tasso di democrazia di un popolo. Non è certo nuovo questo metodo, perché non è raro che i dittatori arrivino al potere con regolari elezioni democratiche, non necessariamente inficiate da brogli. Tale constatazione deve farci riflettere sul peccato originale della democrazia stessa: la mancanza di un serio antidoto contro il veleno della demagogia, che, come un morbo, la può facilmente corrompere. Finché la verità è affidata al 50% più uno degli aventi diritto, tutto è possibile, anche la vittoria democratica del tiranno.

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