Papa Francesco: dopo sorpresa e emozione, la consapevolezza e… qualche domanda!

Papa Francesco 1A leggere i giornali stamattina e ad ascoltare le trasmissioni radiofoniche e televisive si rimane investiti da un fiume di informazioni ed emozioni disarticolate, e si rischia di annegare nella retorica. C’è il nuovo Papa, Francesco. La sorpresa ha lasciato il posto ormai alla consapevolezza di una scelta dall’«alto», fatta però dal consesso dei cardinali nel «basso» della Cappella Sistina. Le consapevolezze sono sempre più ragionevoli delle sorprese. L’entusiasmo si misura presto con la realtà. Accanto alle speranze affiorano le domande.

Una prima domanda – avvolta nel segreto della Sistina – riguarda i passaggi dell’elezione. Prima o poi, come accaduto nei precedenti Conclavi, le notizie filtreranno. Nel settembre del 2005, cinque mesi dopo il Conclave che elesse papa Benedetto XVI, si seppe che proprio il card. Bergoglio nel secondo e terzo scrutinio fu votato come secondo dietro al card. Ratzinger: si arrivò ad uno stallo e il cardinale argentino si tirò indietro a favore del cardinale tedesco; fu così che al quarto scrutinio – il primo del pomeriggio del secondo giorno di Conclave – il card. Ratzinger superò il quorum e fu eletto. Ora, si è soliti dire che ogni Conclave fa storia a sé. In questo caso sembra proprio che i due Conclavi, quello del 2005 e quello conclusosi ieri, siano stati la continuazione l’uno nell’altro. Non sappiamo come, ma di fatto il card. Bergoglio ha ripreso il suo cammino verso il soglio di Pietro là dove si era interrotto otto anni fa’, quasi cancellando tutti i nomi fatti nelle liste dei papabili. Questo legame tra Conclavi è sorprendente e significa sicuramente una cosa: in questi anni è cresciuta la riproposizione della cosiddetta «scelta geopolitica» – che già aveva contato, in chiave europea, nell’ottobre del 1978 nella elezione del card. Wojtyla – a favore di un candidato al papato latinoamericano (il primo nella bimillenaria storia della Chiesa).

Una seconda domanda me l’ha posta, senza troppi giri di parole, un fedele questa mattina: «Ma perché, se si giudica che un parroco o un vescovo non siano più idonei a svolgere il loro ministero dopo i 75 anni, si continuano ad eleggere vescovi di Roma che hanno superato questa età del pensionamento?». In effetti, tutta la speranza di rinnovamento che viene riposta in papa Francesco sembra in contraddizione con la sua età (77 anni il prossimo dicembre). Non sarebbe stato un segnale ancora più forte individuare un candidato – magari anch’egli extraeuropeo – più giovane almeno di dieci anni? Non voglio certo appiattirmi sull’età, perché si possono fare scelte coraggiose e rivoluzionarie anche se si è “vecchi” (e Giovanni XXIII è un esempio a noi vicino), ma evidentemente sulla scelta di eleggere il card. Bergoglio pesa la volontà di inaugurare un pontificato breve – di quelli che una volta si chiamavano «di transizione» – anche perché la scelta di Benedetto XVI di rinunciare al ministero petrino potrebbe costituire un precedente seguito anche dal suo successore, non appena se ne verificassero le condizioni.

Comprendo che una terza questione è la più delicata. C’è indubbiamente nella Chiesa cattolica un’emergenza che riguarda la Curia romana: un’azione riformatrice è indispensabile. Gli scandali che hanno coinvolto il Vaticano con la fuga di documenti dallo studio privato del Papa, la gestione dello Ior, le lotte intestine non sono una invenzione di qualche giornalista, pur se spesso ingigantite ad arte. L’indagine ordinata da papa Benedetto finirà sulla scrivania di papa Francesco. Il card. Bergoglio viene dipinto come figura che ha dato prova di grande energia e coraggio nell’affrontare situazioni delicate come quelle dell’Argentina dei caudillos. Semplice nel suo portamento, quindi – come abbiamo potuto vedere nella sua prima apparizione dalla Loggia delle benedizioni – ma anche capace di prendere decisioni forti. Anche nel riformare un ambiente come quello della Curia che egli non conosce e con cui non ha voluto avere nulla a che fare? La domanda resta sospesa. Qualcuno dice che solo un uomo allergico alla malattia curiale può pensare di riformarla. Qualcun altro pensa, invece, che egli potrebbe finire stritolato negli ingranaggi di una macchina che non conosce. Discorsi troppo umani, penserà qualcuno. Forse. Ma la Chiesa di Dio non abita su una nuvoletta… Chissà che proprio un papa che ha scelto il nome di Francesco non solo faccia uscire la Chiesa di Dio nelle strade degli uomini, ma sappia anche ripararne il tetto e le mura, segnati da qualche segno di degrado.

Insomma, siamo tutti in attesa di conoscere e amare questo Papa. E, siccome si conosce bene solo chi si ama, noi papa Francesco lo vogliamo amare follemente da subito. E intanto ci diamo da fare per conoscere qualcosa di lui, della sua vita, delle parole che ha detto o scritto, degli atti del suo ministero episcopale in Argentina, ancora una volta consapevoli, però, che per lui essere il vescovo di Roma non sarà proprio la stessa cosa che essere il vescovo di Buenos Aires.

A quanti ingenuamente e maliziosamente si aspettano che Francesco sia il Papa che stravolgerà la morale cattolica sulle questioni più calde, basterebbe ricordare la battaglia combattuta in Argentina dall’arcivescovo Bergoglio contro la legalizzazione dei matrimoni gay. Ho trovato uno stralcio di omelia in proposito: «Sono  in gioco l’identità e la sopravvivenza della famiglia: papà, mamma e figli. È in gioco la vita di tanti bambini che verranno discriminati in anticipo venendo privati della maturazione umana che Dio ha voluto si desse con un padre e una madre. È in gioco un rifiuto frontale della legge di Dio, inscritta nel nostro cuore. Non dobbiamo essere ingenui: non si tratta di una semplice lotta politica; è l’ambizione distruttiva al piano di Dio. Non si tratta di un mero progetto legislativo (questo è solo lo strumento), ma di una “mossa” del padre della menzogna che pretende di confondere e ingannare i figli di Dio» (8 luglio 2010).

Parole altrettanto chiare sull‘aborto: «L’aborto non è mai una soluzione. Dobbiamo ascoltare, accompagnare e comprendere per salvare entrambe le vite: rispettare l’essere umano più piccolo e indifeso, adottare misure che possano preservare la sua vita, permettere la sua nascita e poi essere creativi nella ricerca di vie che lo portino al suo pieno sviluppo» (16 settembre 2012).

Troviamo parole molto forti – che tra l’altro avvicinano papa Francesco a papa Benedetto in modo inconfutabile – in un’altra omelia del 25 maggio 2012, in cui l’allora card. Bergoglio evidenziava le due «pazzie» del mondo post-moderno: «quella del relativismo e quella del potere come ideologia unica. Il relativismo che, con la scusa del rispetto delle differenze, omogeneizza nella trasgressione e nella demagogia; consente tutto pur di non assumere la contrarietà che esige il coraggio maturo di sostenere valori e principi. Il relativismo è, curiosamente, assolutista e totalitario, non permette di differire dal proprio relativismo, in niente differisce dal “taci” o dal “fatti gli affari tuoi”. Il potere come ideologia unica è un’altra bugia. Se i pregiudizi ideologici deformano lo sguardo sul prossimo e la società secondo le proprie sicurezze e paure, il potere fatto ideologia unica accentua il fuoco persecutorio e pregiudiziale che “tutte le prese di posizione sono schemi di potere” e che tutti cercano di dominare sugli “altri”. In questa maniera si erode la fiducia sociale che, come ho segnalato, è radice e frutto dell’amore».

Da ultimo, ecco un testo illuminante circa la nuova evangelizzazione (di cui abbisogna anche il continente latino-americano, ove la Chiesa assiste ad un fuga vertiginosa di fedeli verso l’attrattiva delle sette): «Non basta che la nostra verità sia ortodossa e la nostra azione pastorale sia efficace. Senza la gioia della bellezza, la verità diventa fredda e perfino spietata e superba, come vediamo nel discorso di molti fondamentalisti amareggiati. Sembrerebbe che mastichino cenere anziché assaporare la dolcezza gloriosa della Verità di Cristo, che illumina con una luce tranquilla tutta la realtà, assumendola per com’è ogni giorno. Senza la gioia della bellezza, il lavoro per il bene diventa oscuro efficientismo, come constatiamo nell’azione di molti attivisti che hanno travalicato i limiti. Sembrerebbe che rivestano di lutto statistico la realtà invece di ungerla con l’olio interiore del giubilo che trasforma i cuori, uno a uno, da dentro» (22 aprile 2011).

Dopo le prime parole del saluto dato ieri sera dalla Loggia delle benedizioni – segnate da grande semplicità, da un vocabolario inedito  (“vescovo” e “popolo”) e da una centralità della preghiera – aspettiamo i primi atti e le prime predicazioni del nuovo Papa. Un consiglio a chi si è sentito come sollevato dalla scelta del card. Bergoglio e dalla sua decisione di chiamarsi Francesco: la Chiesa vive una grave crisi di fede, che ogni giorno vediamo manifestarsi in un diffuso disinteresse per le cose di Dio e in una disaffezione per i valori; non basta un Papa che si chiama Francesco a cambiare il volto della Chiesa, serve che tutti noi cristiani ci mettiamo non tanto ad emozionarci e ad applaudire, ma ad ascoltare e a seguire. Dopo Benedetto, Francesco.

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