Seconda Domenica del tempo ordinario. Cana: un «segno» anche per noi…

Il miracolo di Cana di Galilea rischia ogni volta di concentrare la nostra attenzione sul risultato sensazionale ottenuto da Gesù: seicento litri, e più, di ottimo vino semplicemente usando l’acqua. E così rischia di sfuggirci il motivo per cui l’evangelista Giovanni ci racconta questo episodio, qualificandolo come «l’inizio dei segni compiuti da Gesù» attraverso il quale «egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui».

Il nostro modo di considerare è attirato da qualche evento sensazionale, mentre perde di vista il miracolo quotidiano che avviene sotto i nostri occhi. Sant’Agostino, proprio commentando l’episodio di Cana, diceva: «Il miracolo con cui nostro Signore Gesù Cristo cambiò l’acqua in vino, non sorprende se si considera che fu Dio a compierlo. Infatti, chi in quel banchetto di nozze fece comparire il vino in quelle sei anfore che aveva fatto riempire di acqua, è quello stesso che ogni anno fa ciò nelle viti. Quel che i servi avevano versato nelle anfore fu cambiato in vino per opera del Signore, come per opera del medesimo Signore si cambia in vino ciò che cade dalle nubi. Se questo non ci meraviglia, è perché avviene regolarmente ogni anno: la regolarità con cui avviene impedisce la meraviglia». E aggiunge, riferendosi ad un altro miracolo che nei Vangeli normalmente ci stupisce: «Gesù risuscita un morto, e tutti rimangono meravigliati; eppure ogni giorno ne nascono tanti, e nessuno ci bada. Ma se consideriamo più attentamente, è un miracolo più grande creare ciò che non era, che risuscitare ciò che era» (Commento al vangelo di Giovanni, 8,1).

Invece questo episodio è un segno di rivelazione di Dio, ed è un segno di anticipazione della sua gloria, per suscitare e nutrire la nostra fede. Come scrive un altro Padre della Chiesa, san Massimo di Torino: «È evidente che Cristo non venne al mondo per rifornire le cantine dei commensali ma per provvedere alla salvezza degli uomini» (Discorsi, 101,3). E diceva al popolo queste parole nella solennità dell’Epifania, perché il miracolo di Cana era ricordato in quel giorno, insieme alla venuta dei Magi e al battesimo di Gesù nel Giordano, come episodi della manifestazione di Gesù, «epifania» appunto. Ce lo ricorda l’inno dei Vespri dell’Epifania con queste parole: «I Magi vanno a Betlem e la stella li guida: nella sua luce amica cercan la vera luce. Il Figlio dell’Altissimo s’immerge nel Giordano, l’Agnello senza macchia lava le nostre colpe. Nuovo prodigio, a Cana: versan vino le anfore, si arrossano le acque, mutando la natura». Dunque ci troviamo di fronte ad un unico triplice evento di manifestazione di Dio in Gesù. Questo dovrebbe interessarci più del miracolo. Ed è questo esattamente che il Vangelo ci offre come «segno», non un segno detto – un semplice segnale – ma un segno compiuto. Ciò che fa sì che i discepoli credano è il segno, non il miracolo, e a maggior ragione quel segno sarà luminoso, quando quegli stessi discepoli – come possiamo fare anche noi oggi – avranno di fronte agli occhi il significato di quel segno: la vita di Gesù versata come acqua nelle nostre anfore e arrossata nel sacrificio di sangue della croce.

Il segno di Cana anticipa la croce e la risurrezione di Cristo. Non solo: in quell’acqua che riempie le anfore e che viene versata come vino è prefigurata anche l’umanità di ciascuno di noi, che, credendo in Cristo, è chiamata a compiere lo stesso percorso di gloria. «Oso affermare – diceva san Massimo – che tali anfore hanno servito quella bevanda preziosa non a quel solo banchetto, ma al mondo intero. Quelli, però, ricevettero un bicchiere di vino, noi accogliamo il calice della salvezza e ciò che essi bevvero è passato oltre, mentre rimane in noi quanto abbiamo bevuto». È chiaro, allora, il segno che da Cana dobbiamo trarre per la nostra vita umana e cristiana di tutti i giorni: accettiamone le fatiche, venendo qui, a questo altare, ogni domenica a portare devotamente la nostra povera acqua «semplice, incolore e fredda», perché, grazie all’Eucaristia celebrata e vissuta, essa venga «mutata in un vino che è prezioso, rosseggiante ed ardente» (San Massimo, Discorsi, 101,3).

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