Corsivo. Reale e virtuale: un problema educativo vero…

Nella Chiesa è giusto discutere su tutto. Figurarsi se non è possibile avere pareri diversi sul ruolo della Rete. A patto che il “litigio” non sia sterile, perché il problema è serio e interseca il terreno della fede in più punti, a partire da quello educativo. Nei giorni scorsi abbiamo assistito ad uno scambio di opinioni abbastanza acceso tra il direttore di Civiltà Cattolica Antonio Spadaro ed un giornalista dell’Osservatore Romano Cristian Martini Grimaldi. Oggi il Papa annuncia il suo profilo Twitter, e quindi è ovvio che la Chiesa Cattolica abbia da tempo deciso di usare al meglio i nuovi mezzi di comunicazione della tecnologia digitale. Ne consegue che circa l’uso di questi strumenti è inutile litigare: esistono, sono utilizzabili a fin di bene, non vanno affatto demonizzati. Il problema però sta proprio nell’uso di questi strumenti, che hanno invaso spazi vitali che vanno ben oltre la semplice necessità di comunicare.

Esemplifico a partire dai cinque sensi: la realtà cosiddetta virtuale lascia fuori irrimediabilmente il tatto, il gusto e l’olfatto e si concentra sulla vista e sull’udito. Sensi non da poco, si dirà… Eppure gli altri tre – esclusi – non sono certo la cenerentola della vita. Perché la vita terrena è “nella carne” (nella sua accezione positiva, che è centrale nel messaggio cristiano). Sbaglia chi considera l’ambiente digitale come un luogo subalterno e artificiale, quasi un mondo finto. Ma sbaglia anche chi non coglie come la virtualità sia comunque altra cosa dalla realtà e come le relazioni autentiche abbiamo bisogno dell’incontro che avviene guardandosi in volto e parlandosi con gli occhi e con la voce (e, forse, lasciando entrare in gioco anche il tatto, il gusto e l’olfatto!). Affermare questo non significa negare la realtà del virtuale, ma equivale ad avere coscienza che tale realtà è “carnalmente” povera e comunque finalizzata ad una comunicazione che non può generare comunione pienamente umana. Ho davanti agli occhi la scenetta dei due amici che si incontrano frettolosamente per strada e annullano l’incontro con un invito fugace: «Ci si vede su facebook!». Ma come? Ci stiamo già vedendo, ci stiamo già incontrando: perché fuggire questa realtà concreta per dirottare la vita in una realtà virtuale? D’accordo, la finzione può infettare anche la realtà non virtuale. E poi, magari uno riesce a svelarsi di più se c’è un’interfaccia che gli fa da maschera. Eppure, da educatore, credo che il mio compito sia quello di dare all’web quello che è dell’web, e dare alla “carne” quello che è della “carne”. Posto che i confini siano dentro l’unica vita e non tra una vita vera e una vita falsa, questi confini esistono e, almeno dal punto di vista di una buona educazione alla vita e alle relazioni, sono confini che marcano una differenza.

Il problema, dunque, esiste, ed è importante: la stessa struttura neurologica e biologica della vita rischia di essere modificata dall’indigestione di digitale, e questo si potrà pure considerare come inevitabile, ma non è certo ipso facto un bene. I nostri ragazzi sono distratti, svogliati, poco incisivi anche se molto tecnologici. Si abituano a comunicare con sigle smozzicate e, spesso, non sanno stare insieme senza avere tra le mani un telefonino. Negli anni scorsi ho avuto la fortuna di prendere parte a qualche convegno della Chiesa Italiana su questi temi. Mi ha colpito positivamente la grande apertura e la voglia di conoscere. Mi è piaciuto un po’ meno constatare – soprattutto nelle molte indagini sociologiche – un serpeggiante entusiasmo incantato, che mette in ombra i rischi, privilegiando le opportunità. Invece i rischi nella tecnologia digitale ci sono e sono gravi. Una pastorale incarnata deve tenerne conto, perché la dipendenza digitale (già vi sono nuove categorie di diagnosi: internet addiction disorder o cibersex addiction, oppure mobile phone dependence syndrom o sindrome da cellulare acceso) è una patologia reale, come le tante – sia chiaro – che affliggono anche la vita pre-digitale. Insomma, mi pare che gli estremi della demonizzazione e dell’esaltazione vadano sicuramente evitati. La conoscenza, come sempre, è decisiva. Forse un ruolo può averlo, però, anche l’ascesi…

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