Il giornalista blasfemo, le «primavere arabe» e l’Islam tra noi

Un giornalista saudita rischia la morte per due tweet su Maometto. La notizia della sua estradizione dalla Malesia all’Arabia Saudita è stata data stamattina. Rimpatriato alla stregua di un pericoloso terrorista per aver scritto così il 4 febbraio scorso, anniversario della nascita di Maometto: «Per il tuo compleanno non mi inchino davanti a te… Mi piacciono alcune cose di te, ma altre le odio, e non ne capisco molte altre ancora». E nell’altro tweet ha scritto: «Per il tuo compleanno non bacerò la tua mano, la stringerò come ad un essere umano; ti sorriderò come tu sorridi a me e ti parlerò come ad un amico, nulla di più». Per molto meno nel Paese saudita (e non solo lì, a dire il vero) si viene giudicati come blasfemi e, se così fosse, Hamza Kashgari sarebbe condannato a morte. Una ulteriore prova che in tanti Paesi islamici non esiste la libertà di coscienza.

Proprio ieri sera a Como il Centro Culturale Paolo VI ha organizzato un interessante incontro sul tema “Islam e diritti umani: problemi e prospettive di un mondo in evoluzione“. Relatori sono stati il gesuita egiziano Samir Khalil Samir (docente di storia della cultura araba e di islamologia presso l’Università Saint Joseph di Beirut) e Martino Diez (direttore scientifico della Fondazione “Oasis”), moderati da Giorgio Paolucci (editorialista di «Avvenire»). Proprio padre Samir, raccontando episodi della situazione dei diritti umani in Egitto, in Siria e nei Paesi del Golfo ma anche in Marocco ed Algeria, ha stigmatizzato questa assenza oggettiva di una vera libertà di coscienza. Anche quando c’è una sostanziale libertà religiosa – per cui ai cristiani viene concesso di esserlo nelle loro chiese – non c’è una vera libertà, in quanto al singolo individuo – soprattutto se di religione musulmana – non è concesso di cambiare la propria religione o di non viverne alcune norme. Il caso del giornalista saudita è la ciliegina sulla torta.

L’incontro svoltosi presso la Cameria di Commercio di Como ha permesso di conoscere fatti e significati delle “primavere arabe” e di mettere al centro, in particolare, la situazione siriana, in cui le minoranze cristiane si trovano a dover vivere una difficile scelta tra il regime illiberale di Assad – che però ha sempre garantito la libertà religiosa – e i gruppi islamisti che guidano la rivolta – che invece non sembrano intenzionati a fare altrettanto – per cui il rischio concreto – come ha detto padre Samir – è che l’esito della guerra civile in atto sia comunque drammatico e che aggravi la situazione delle popolazioni cristiane in Medio Oriente, costrette comunque ad abbandonare le loro terre a motivo della persecuzione subita da questa o da quella fazione islamista.

Un autentico riconoscimento del diritto alle libertà individuali è davvero il nodo della possibile evoluzione delle società islamiche, il vero anello che può far parlare di “rivoluzioni” e può far sì che le società arabe diventino delle società plurali. Mi sembra che al momento su tale questione resti certo solo un grosso punto interrogativo. La serata organizzata dal Centro Culturale Paolo VI ha toccato anche la problematica della presenza dell’Islam in mezzo a noi. Di notevole interesse la prospettiva perseguita dalla Fondazione “Oasis” (voluta a Venezia dal cardinal Angelo Scola che la presiede) e illustrata dal direttore scientifico prof. Diez: un incontro è possibile se si parte da un’identità aperta a lasciarsi interrogare e non da un’identità chiusa in se stessa. Padre Samir con il suo linguaggio schietto e immediato diceva che noi italiani dobbiamo vivere sino in fondo la nostra tradizione culturale e giuridica e chi vuole vivere in Italia deve accettare questo quadro. Il vero problema – a me pare – è che questa identità si è profondamente annacquata laddove non è del tutto annullata, e, dunque, questa tradizione culturale e giuridica rischia di essere vissuta come un argine e non come un fiume di vita.

Come ebbi a dire due mesi fa in un incontro pubblico a Como sul tema dell’integrazione, due sono i punti interrogativi che restano aperti. Il primo: saprà l’Occidente essere veramente “laico”, nel senso di saper definire una propria identità? Il secondo: saprà l’Islam, nonostante le premesse problematiche delle proprie basi dottrinali, far evolvere se stesso nella direzione di questa “laicità”? Dalla risposta storica a queste due domande, secondo me, dipende non solo l’integrazione dell’Islam – di un Islam non devitalizzato – dentro l’Europa, ma anche il futuro di questa stessa Europa, non solo come contenitore di un egualitarismo indifferenziato ma come matrice culturale che sa continuamente riproporre la linfa delle sue radici.

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2 thoughts on “Il giornalista blasfemo, le «primavere arabe» e l’Islam tra noi

  1. Leggendo le testimonianze di chi ha avuto contatti non superficiali con l’Oriente, di fronte a manifestazioni cordiali di relazioni umane incentrate sull’amore e la misericordia (penso alle dimensioni più elevate del buddhismo o ad alcune vie tracciate dall’induismo), molti occidentali consapevoli devono prendere atto che spesso quegli atteggiamenti di amore sono dettati non dall’amore così come inteso ad esempio nel Vangelo, ma dal necessario comportamento, strumentalmente utile ad esempio a non “reincarnarsi” più, o a distaccarsi anche dall’ultimo legame costituito dall’amore stesso che deve perciò, con quegli atti di buon karma, dissolversi nell’indifferenziato: quindi quando affianchiamo l’amore cristiano a questo tipo di amore rischiamo di prendere un grosso abbaglio (consiglio un testo molto istruttivo sull’argomento del p. J.-M. Verlinde “Da Cristo al guru andata e ritorno”).
    La premessa parte un po’ da lontano e mi scuso.
    Mi faccio e faccio una domanda cruciale, a proposito di quanto anch’io ho ascoltato dai relatori durante l’incontro presso la Camera di Commercio, soprattutto quando ci riferiamo agli aneliti di libertà e di giustizia, di rispetto delle persone, nell’ambito delle “primavere arabe”: siamo sicuri che nel rapporto anche di “base” con intellettuali e con gente comune di quei Paesi, pronunciando la parola “PERSONA” stiamo dicendo la stessa cosa? Il concetto di persona, così come lo conosciamo dalla tradizione greco-ebraico-cristiana, non è legato inevitabilmente al concetto di Dio e al tipo di relazione che l’uomo ha con la verità? E’ un Dio personale che si compromette con l’uomo oppure no?, che si avvale dell’analogia entis oppure no?, che cerca l’uomo e la sua risposta o l’adesione alla Legge? La ragione è capax Dei oppure no?
    Vorrei quindi solo lasciare aperta la scottante questione: ogni “rivoluzione” politica sottende una teologia, che lo si ammetta o no.
    Grazie don Agostino per i suoi articoli che seguo assiduamente e dove le parole non sono mai sprecate.

  2. E’ un tema davvero cruciale quello che sottoponi alla nostra riflessione. E’ sicuramente diversa la concezione di persona nel cristianesimo e nell’islam, così come è diverso il rapporto tra religione e società civile e tra religione e Stato (è la questione della laicità). Si tratterebbe pure di domandarsi che cosa l’uomo comune europeo intende per persona, se quanto gli dice la tradizione greco-ebraico-cristiana o quanto gli suggeriscono pragmatismo, utilitarismo ed individualismo (che sembrano essere diventate le direttrici del pensiero occidentale). Comunque, i sostrati culturali di riferimento sono sicuramente diversi: questa differenza può anche essere una ricchezza se le identità sono tematizzate (logos che dia-logano), riconosciute e lasciate aperte.
    Grazie del contributo che mi offre un valido spunto di ulteriore riflessione.
    don Agostino

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