“Ecosistema” della comunicazione: quali ingredienti?

Lui è davanti alla porta. Lei apre corrucciata. Si parlano? No, lui comunica con dei cartelli. Lei non dice nulla. Alla fine si abbracciano ed… entrano in casa felici e contenti a guardare la televisione! Quest’ultima parte non si vede nello spot televisivo di Premium, ma è ciò che si vuole ottenere con la pubblicità. Si tratta, dunque, di un “onesto” spot che evidenzia il tipo di comunicazione che la televisione ha favorito: poche parole, anzi nessuna. Il mezzo televisivo distrugge il dialogo, lo riduce a banalità, alle quattro chiacchiere che servono a discutere circa il “che cosa si guarda stasera”. Posto che non esistano più schermi, uno in ogni stanza, e si eviti anche l’inutile discussione e ciascuno si guardi in santa pace quello che vuole. Sia chiaro: non è un problema nuovo. Anzi, l’irrompere della televisione digitale e ora la possibilità di vedere i programmi “on demand” hanno aumentato la facoltà deliberativa dell’utente. La scelta è più ampia, non necessariamente più autentica. Il rischio è che i palinsesti si assomiglino e si inseguano sull’onda delle tabelle degli indici di ascolto. Al “Grande Fratello” si risponde con “L’isola dei famosi” – quest’ultima pagata con il canone Rai – e gli stessi telegiornali si ripetono in fotocopia, con pochi guizzi di genialità e di coraggio informativo. C’è il rischio, insomma, che la domanda sia creata ad arte dall’offerta, che non sia una vera scelta, che ci si illuda di domandare ciò che un altro ha già scelto per me.

Quel comunicare per slides – come si stesse facendo una presentazione powerpoint – è il paradigma di una comunicazione in cui il sapiente dosaggio del silenzio e della parola ha come perso la bussola. Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni (di cui ho brevemente trattato in un altro post) ne parla come di «due momenti della comunicazione che devono equilibrarsi». E’ significativo che il Papa consideri il silenzio come comunicazione, anzi come la modalità concreta per attingere ad una profondità di ascolto reciproco da cui può scaturire una parola più ricca e autentica. Egli invoca «una sorta di ecosistema che sappia equilibrare silenzio, parola, immagini e suoni».

Io credo che una delle azioni più sbagliate che si possano fare nelle nostre famiglie sia quella di tenere il televisore sempre acceso, come se fosse la tappezzeria di casa. Intanto perché, così facendo, la televisione perde l’unico significato positivo che ha, cioè quella di essere guardata interagendo con essa, ponendo in atto la nostra attenzione ed essendo quindi in grado di esprimere un giudizio che condivide o… spegne. Poi perché quel rumore di fondo che accompagna tutte le ore del giorno e della notte non è né parola né silenzio né immagini né suoni.

Il Papa nel suo messaggio guarda con interesse più alla Rete che non alla televisione e scrive che «le varie forme di siti, applicazioni e reti sociali possono aiutare l’uomo di oggi a vivere momenti di riflessione e di autentica domanda». Elogia l’«essenzialità di brevi messaggi, spesso non più lunghi di un versetto biblico» e li vede come occasione di comunicazione profonda «se ciascuno non trascura di coltivare la propria interiorità». 

Ecco, qui sta il punto: la comunicazione è sicuramente relazione orizzontale (che può anche verificarsi in Rete, anche se non può ridursi a pura virtualità) ma abbisogna di una profondità verticale, in cui l’io, per così dire, si apparti con se stesso per coltivare la propria interiorità e sappia indirizzarla in alto. Silenzio e parola sono necessari in entrambe le direttrici: il silenzio con gli altri è ascolto, con se stessi è meditazione; la parola è ora dialogo, ora preghiera. L’ecosistema a cui il messaggio di Benedetto XVI fa riferimento non ha paura di nessun mezzo, non demonizza nessuna modalità, ma richiede il coraggio di saperli dosare, di avere la competenza di accenderli e di usarli con professionalità, e di saperli spegnere con altrettanta maestria.

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