Epifania del Signore. Lo abbiamo cercato… e ci ha trovati!

La solennità dell’Epifania ci aiuta a correggere l’immagine del nostro Natale. «Ci ha trovati!», così ho voluto condensare il messaggio della Incarnazione, avvenimento con cui Dio viene a scovare l’uomo nel suo nascondiglio. Qualcuno crede, dunque, che basti mettersi in poltrona e aspettare quando Dio suonerà alla porta. Guardiamo Erode: riceve un annuncio che lo turba, ma non lo smuove dalla sua reggia. Erode è uno che manda, ma che non va. Mi vengono in mente alcuni genitori che mandano i bambini a Messa, ma loro non ci vanno. Ora, poi, pende su tutti noi una spada di Damocle, quella della annunciata liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali. Essa, con la scusa di facilitare l’economia, costringerà tante persone a lavorare la domenica, annullando di fatto nelle nostre famiglie quella saggia distinzione tra il lavoro e la festa, che già è divenuta assai labile. Se abbiamo bisogno di andare a fare la spesa di domenica, vuol dire che siamo proprio diventati poveri. Poveri di valori e incapaci di gestire il nostro tempo feriale. Sarà una scusa in più per non santificare le feste? Forse. Erode, comunque, sarà contento che in tanti gli facciano compagnia a Gerusalemme, mentre Gesù nasce a Betlemme. I Magi sono fatti di un’altra pasta e ci aiutano con la loro vicenda a rompere il luogo comune secondo cui, se Dio viene a trovarci, basta stare al calduccio ad aspettarlo. Al massimo, mandiamo qualcuno a vedere: tornerà a darci qualche informazione più precisa, e poi si vedrà… In fondo, questa è la malattia del «dormiglione» del presepe, che lascia andare i suoi compagni pastori all’appuntamento con la salvezza e la gioia, nel pieno della notte. Lui aspetta a decidere il mattino dopo, fresco e riposato. «Troverà anche me un giorno o l’altro, ma ora non c’è fretta!», quante volte avverto che dietro tante assenze c’è questa pigrizia facilona e superficiale. Anche i giovani rischiano di giocare con la loro vita, tergiversando in un continuo posticipo delle scelte che contano: «Ora mi diverto un po’… Per mettere la testa a posto c’è sempre tempo!». I Magi sarebbero inorriditi di fronte a una simile prospettiva. Non perché fossero santi e perfetti, ma perché avevano capito e accolto la dinamica della vita, che si muove su due direttrici tra loro complementari: cercare per trovare, e trovare per cercare, perché chi cerca trova e chi trova cerca. Le strade dei Magi, infatti, sono due: una segnata dalla luce della stella che porta a trovare il Bambino, ed una segnata dalla luce costituita dal Bambino stesso e che riporta a casa, ma è «per un’altra strada» che «fecero ritorno al loro paese». Quest’altra strada è anche più importante della prima, e non è tronfia certezza di aver capito tutto, ma umile volontà di cercare ancora, di cambiare, nella luce di quella Verità trovata e adorata. Erode, invece, è l’uomo senza strade, né che vanno né che tornano da Betlemme, è l’uomo ingessato a Gerusalemme. Certo, può darsi che oggi lo avrebbero dipinto come l’uomo di mondo, il ricco fortunato, colui che non si fa scrupoli a vivere in modo godereccio e spensierato. Un attore amato dal suo pubblico. Un calciatore circondato di donne. L’anchorman dei salotti televisivi premiato dagli indici di ascolto. Eppure – se usiamo i parametri del Vangelo – egli è uno che è morto in partenza, uno che Dio non può trovare, non perché Lui non lo voglia, ma perché egli non si è messo seriamente in ricerca di Dio, ed il suo Dio ce l’ha già e può darsi che sia il suo ventre, può darsi che sia la sua testa, forse anche il suo cuore, ma è comunque Dio che deve inchinarsi e specchiarsi in lui, è Dio che deve accettare i suoi confini. I Magi, no, loro sono differenti. Sono disposti a tutto. La stella di incomparabile luminosità che hanno scorto nel cielo non dice ancora nulla di preciso. La seguono sino al luogo in cui si ferma. È un bambino in braccio a sua madre il segno a lungo inseguito? È un segno piccolo, povero, inaspettato? Sì. Ma Dio è un Altro, non è la mia proiezione. È Lui che mi illumina, non sono io che lo accendo. Ecco, perché, oggi, nell’Epifania, comprendiamo ancora meglio quello che già i pastori ci avevano insegnato: è Dio a trovarci, ma è meglio andargli incontro sulla strada, è meglio cercarlo se vogliamo essere trovati, è meglio seguirlo se lo abbiamo trovato.

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