La fede e la gratitudine

VENTOTTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno C

La prima lettura ci ha presentato la vicenda di Naaman Siro, comandante dell’esercito siriano, affetto dalla lebbra, il quale viene a sapere che un profeta in Israele ha il potere di guarirlo. La delusione è grande, quando il profeta Eliseo lo invita ad immergersi sette volte nelle acque del fiume Giordano. «Naaman si sdegnò e se ne andò dicendo: “Ecco, io pensavo: Certo, verrà fuori, e, stando in piedi, invocherà il nome del Signore, suo Dio, agiterà la sua mano verso la parte malata e toglierà la lebbra. Forse i fiumi di Damasco non sono migliori di tutte le acque di Israele? Non potrei bagnarmi in quelli per purificarmi?”. Si voltò e se ne partì adirato». Ma poi i suoi servi riescono a convincerlo ad immergersi sette volte nelle acque del Giordano. E avviene il miracolo di guarigione…

La salvezza passa attraverso la fedeltà a ciò che è normale, semplice e quotidiano. Può essere il segno di croce e la preghiera del mattino, lo sgranare la corona del rosario la sera, il venire a Messa la domenica con la propria famiglia, così come il compiere i doveri della vita quotidiana. Stiamo attenti anche noi a non cadere nello stesso errore di questo generale che rischiava di aver fatto un lungo viaggio invano, e di tornare a casa come era partito, solo perché rifiutava di compiere un gesto considerato banale. Dio ama nascondersi proprio dentro l’apparente banalità del quotidiano e noi, invece, crediamo di doverne uscire per trovarlo. Domenica scorsa Gesù ci ha invitati a compiere quanto dobbiamo fare in spirito di profonda umiltà, senza aspettarci nulla in cambio. Oggi, la Parola di Dio sembra volerci dire che, in cambio della fedeltà al quotidiano, c’è l’incontro con Dio e l’essere raggiunti dalla sua salvezza.

La pagina evangelica ci aiuta a cogliere una seconda verità. Ci parla di dieci lebbrosi guariti, ma forse solo dalla lebbra intesa come malattia fisica. La vera guarigione per cui Gesù è venuto nel mondo è, però, un’altra, per cui uno solo dei dieci può dirsi veramente sanato dall’incontro con Gesù. Ed è colui a cui Egli stesso dice una frase ripetuta più volte nelle pagine evangeliche: «Alzati e va’: la tua fede ti ha salvato». Come a dire: solo se la fede donata in forma germinale da Dio diventa la mia fede personale, solo così sarò salvato, e salvato dalla mia stessa fede. Questa prospettiva è davvero rivoluzionaria, perché sfugge ad ogni forma di magia o di manipolazione: non siamo dei telecomandati a distanza, dei programmati a credere; anzi, restiamo drammaticamente liberi di fronte alla proposta di Gesù e spetta a noi, soltanto a noi, trasformare un seme donato in un albero cresciuto, una proposta in risposta, un dono in impegno. Il gesto del tornare a ringraziare dell’unico lebbroso sui dieci guariti dice questa consapevolezza. Ma è davvero solo il 10 per cento il numero di coloro che mostrano di averla? Nel vangelo si dice che l’unico che torna è addirittura un samaritano, cioè uno non del tutto in ordine con le regole della religione, uno «straniero» come lo definisce Gesù. Dove sono i cristiani “praticanti” quando si tratta di vedere la loro fede consapevole all’opera, come lievito dentro la pasta del mondo? Che ne è degli altri nove lebbrosi guariti? Mi piace immaginare che siano finiti davanti a qualche telecamera d’allora, magari nella piazza del villaggio, a… parlar bene di Gesù, a magnificare le sue doti di guaritore – «è un grande, è un santo» – , la totale gratuità dell’operazione – «non ha voluto nulla» – l’assoluta prodigiosità della guarigione – «guardi pure il mio corpo, non troverà più alcun segno della malattia» -. Già, ma il segno della salvezza è altrove, e non si può mostrarlo ad una telecamera. Lo si vive nella pratica normale della propria fede, nella fedeltà al quotidiano.

Non può mancare oggi un appello alla gratitudine: c’è un uomo che torna sui suoi passi semplicemente per dire «grazie». Ora, saper riconoscere la gratuità ricevuta è una delle ricchezze più grandi della vita. Una virtù che ai nostri giorni si direbbe smarrita, in quanto prevale sempre più una cultura dell’arrivismo e dell’ingratitudine, o meglio di una gratitudine programmata, all’insegna del «mi conviene essere riconoscente», o del «è giusto che dia qualcosa agli altri». Il Vangelo di oggi ci insegna che la fede vera e la gratitudine percorrono la stessa strada.

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