L’insensibilità e la condivisione

VENTISEIESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno C

È forte la tentazione di leggere questa parabola come una illustrazione della legge del contrappasso, la cui linea di demarcazione è la morte. Nella vita terrena Lazzaro ha avuto i suoi mali ed ora, nella vita eterna, gode la sua consolazione. Il ricco, invece, ha avuto i suoi beni sulla terra ed ora sta nei tormenti. Una visione molto semplice e comoda, che è spesso citata da chi vuole accusare il cristianesimo di essere un messaggio consolante che invita i suoi seguaci a sperare nell’aldilà chinando il capo supinamente alle traversie di quaggiù. C’è una parte di verità in questa visione del mondo attribuita al cristianesimo. Se uno ha vissuto abbastanza da uscire dalla fanciullezza e dall’adolescenza ed ha cominciato ad affrontare l’esistenza con impegno, si è accorto presto che la vita è fatica. Ed è fatica non certo occasionale, ma quotidiana. Le gioie vere quaggiù sono sempre mischiate al sudore. Ora, il messaggio di Gesù parte proprio da questa constatazione e sollecita uno sguardo più ampio, che vada oltre i confini della vita terrena, in cui la nostra umanità non può trovare piena realizzazione. Siamo pellegrini. C’è una casa che ci aspetta e in cui Gesù è andato a prepararci un posto. È vero, dunque, che il paradiso resta il traguardo proposto ad ogni uomo.

Eppure questo non significa affatto che il cristianesimo sia una sorta di ammortizzatore sociale, un agente consolatorio per poveri e depressi. La parabola di Lazzaro descrive un aldilà solo per continuare a parlarci dell’aldiquà. Del resto, la legge del contrappasso non funziona proprio nella sua versione semplicistica, perché Gesù ha promesso a chi lo segue non solo la vita eterna, ma il centuplo quaggiù.

Bisogna allora cercare altrove il messaggio profondo della parabola. Ci viene in aiuto il profeta Amos (cf prima lettura). Egli lancia la sua invettiva contro i signori di Sion, i quali, di fronte alle difficoltà che stanno vivendo le popolazioni del regno di Samaria, invece di aprire gli occhi, li chiudono. Scelgono la via della spensieratezza, conducono una vita da buontemponi. Ecco, la vera colpa del ricco della parabola è l’insensibilità, il chiudersi nel proprio egoismo, l’essere talmente preoccupato di sé da non vedere nemmeno più quel povero Lazzaro che è bramoso di sfamarsi delle briciole che cadono dalla sua lauta mensa. La ricchezza è ingannevole perché contribuisce non poco a rendere insensibili. Ma, purtroppo, l’insensibilità è figlia dell’egoismo, e noi riusciamo ad essere egoisti anche senza essere ricchi sfondati come il personaggio della parabola.

Il messaggio di Gesù è essenzialmente un invito ad uscire da se stessi, a non trasformare la constatazione che la vita è fatica in una ricerca del proprio tornaconto, in una chiusura nelle proprie sicurezze, in una crescente insensibilità verso le fatiche degli altri. Percorrendo questa strada si finisce dove è finito il ricco e si lasciano fuori dalla porta del cuore i tanti Lazzaro che, magari come noi o più di noi, hanno bisogno anche solo di uno sguardo, di una parola, di una preghiera. La fatica personale, invece, sia la molla della solidarietà, della condivisione. Se la vita mi sta riservando particolari difficoltà, non è il momento di ripiegarmi su di me, ma di guardarmi intorno: la forza mi verrà dal mio rafforzare gli altri.

Ce lo insegna molto bene una preghiera di Madre Teresa di Calcutta, che dovremmo recitare spesso: «Signore, quando avrò fame, dammi qualcuno che ha bisogno di cibo. Quando avrò sete, mandami qualcuno che ha bisogno di bere. Quando avrò freddo, mandami qualcuno da riscaldare. Quando avrò un dispiacere, mandami qualcuno da consolare. Quando la mia croce diventerà pesante, fammi condividere la croce di altri. Quando sarò povero, guidami da qualcuno che è nel bisogno. Quando non avrò tempo, dammi qualcuno che ha bisogno urgente del mio tempo. Quando sarò umiliato, fa’ che abbia qualcuno da lodare. Quando sarò scoraggiato, mandami qualcuno da incoraggiare. Quando avrò bisogno di comprensione, manda qualcuno che ha bisogno della mia comprensione. Quando avrò bisogno di qualcuno che si occupi di me, mandami qualcuno di cui occuparmi. Quando penserò solo a me stesso, aiutami a pensare agli altri».

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