Ascoltare e seguire il pastore…

QUARTA DOMENICA DI PASQUA – Anno C

A noi sembrerebbe chiaro che uno si può seguirlo se si è capito perfettamente il suo programma. L’importante è capire, l’essenziale è capire e, a furia di ripeterlo, finiamo per crederci. E non ci accorgiamo che, con l’assillo di capire, abbiamo smesso di ascoltare e di fidarci e di seguire. Gesù non ha dubbi: il problema non è capire, ma ascoltare; ascoltare uno che ti conosce bene e seguirlo. Tu lo ascolti, ma per davvero, facendo tacere le tue pretese, lasciando cadere le tue perplessità. Lo ascolti ad orecchie aperte, a cuore disponibile. Ti lasci conoscere attraverso l’ascolto, ti fidi e non hai più problemi a seguire, anche se magari non hai capito tutto.

Se i nostri occhi hanno incrociato qualche volta un gregge di pecore con il suo pastore, è difficile che la prima naturale impressione sia stata negativa. Ci ha sicuramente colpito il senso di compostezza e di docilità, e l’abilità di quell’uomo nel portarsi dietro centinaia di animali con il minimo sforzo. Che bravo, abbiamo pensato, gli basta un grido, una parola detta con un particolare tono per raggomitolare il gregge.

Forse, da padri e madri di famiglia, abbiamo sognato di poter fare così con la nostra famigliola, con i nostri figli, che, divenuti adolescenti e poi giovani, sembrano diventati sfuggevoli e incapaci di cogliere le nostre parole e impermeabili a quelle regole che solo qualche mese prima accettavano di buon grado. Come abbiamo desiderato essere il buon pastore che le pecore seguono, solo perché ne hanno riconosciuto la voce! E invece questi figli vogliono solo capire e non ascoltano più.

Le parole di Gesù descrivono perfettamente quello che noi chiamiamo vocazione, e, infatti, ogni anno ci vengono riproposte nella domenica di preghiera per le vocazioni. Sbaglia chi pensa che la risposta alla vocazione sia il frutto di una comprensione perfetta: ho capito, dunque seguo. No: ho ascoltato colui che mi conosce, dunque lo seguo. Uno, forse, che cosa significa essere prete lo capisce dopo: per seguire basta che abbia ascoltato e si sia fidato non della sua conoscenza ma della conoscenza di quell’Altro che lo ha chiamato… La stessa cosa vale per chi si sposa: ha certo intuito che nell’altro ci sia la concreta possibilità di realizzare una comunione di amore, ma nulla è certo. Sposarsi significa mettere il proprio amore nelle mani del Signore, non certo aver raggiunto la certezza totale sull’amore dell’altro in un calcolo da ragioniere in cui i conti devono tornare al centesimo. E il verbo più importante nella vita di un prete o in quella di una coppia di sposi non è certo “capire”, ma proprio “ascoltare”, un ascoltare quotidiano che non smette di fidarsi di quella voce amica, di cui vale la pena di continuare a fidarsi. L’importante, insomma, non è capire, ma ascoltare. Non perché ascoltare sia un’azione irragionevole, ma perché solo ascoltando si capisce. Gradatamente e non sempre gradualmente, anzi talvolta vi sono momenti di buio, e quelli sono i momenti in cui bisogna ancor più ascoltare senza avere la pretesa di capire.

Naturalmente le letture odierne ci aiutano anche a cogliere perché ascoltare il pastore, perché seguirlo. Soprattutto ce lo dice la pagina dell’Apocalisse che, ad un certo punto, sembra far confusione tra il pastore e l’agnello. Davanti allo spettacolo della folla dei salvati, viene spiegato che «stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio… Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita». L’Agnello immolato è vero pastore, proprio perché ha dato la sua vita. Nel dono totale sta la qualità che genera fiducia. Nel dono totale della propria vita sta la possibilità che altre vite riconoscano l’autentica capacità di conoscere e di amare e, quindi, si decidano ad ascoltare e a seguire. L’autentico pastore è un agnello, cioè uno che testimonia la sua donazione.

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