Colpo di testa 117 / La maggiore età della libertà di parola

Corriere di Como, 14 maggio 2019

«Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo». È una frase attribuita a Voltaire che viene spesso citata. Si badi bene: è una posizione che va ben oltre la semplice tolleranza e che mette in campo la volontà di difendere lo spazio di espressione dell’avversario. È una frase, che sicuramente esprime un caposaldo della civiltà democratica e liberale. Certo, la libertà di espressione del proprio pensiero – o, come si usa dire oggi, della propria opinione – ha insieme un limite e un difetto.

Il limite è costituito dalle azioni che possono seguire alle parole: se in nome della libertà ad esprimere le mie idee, si pretende di poterle trasformare in una clava usata con violenza verso chi non è d’accordo ed esprime altre idee, allora scatta il diritto-dovere di intervenire e di impedire tali azioni o di sanzionarle con giusta pena. Verrebbe da dire che, talvolta, già le semplici parole sono come pietre che feriscono o addirittura calunniano, e cioè le parole hanno già la fattispecie di azioni violente. Ma all’interno di una democrazia liberale, non è possibile impedire a chicchessia di dire queste parole. Semmai è lecito opporsi nei termini di legge. È quello che accade continuamente nel nostro convivere civile (e incivile!), anzi credo che i casi siano esponenzialmente aumentati, entro un contesto in cui ciascuno si crede in diritto di esercitare sino in fondo la propria libertà individuale.

E qui balza in primo piano il difetto della libertà di espressione, ancora più evidente in una società complessa e disgregata come la nostra. Ed è che ciascuno ha il diritto di dire quello che gli passa per la testa e che, spesso, dalla testa non è per nulla passato. Lo stupidario collettivo è formato da molteplici affermazioni che, quando va bene, sono ideologiche – hanno cioè una parvenza di pensiero – ma che più spesso sono solo emotivamente telecomandate dalla banalizzazione del diritto di parola, in una sorta di «parlo perché ho il diritto di farlo».

Che si fa se uno dice che la terra è piatta? Normalmente lo si ignora, non senza commiserazione. E se dice che Auschwitz non è mai esistita? Forse si cerca di convincerlo, mostrandogli qualche dato storico. Ma la reazione comincia ad essere più polare: si inserisce magari il suo nome in una lista nera e lo si mette alla berlina negli ambienti accademici o sui social. E se un piccolo editore legato ad un movimento di destra estrema, presente al Salone del Libro di Torino, afferma che il fascismo è stato una cosa bellissima? In tal caso, la reazione è veemente e non è per nulla guidata dallo spirito di Voltaire. Si preferisce ricorrere alle solite parole d’ordine e ai consueti allarmismi – come ha scritto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della sera di ieri – «spacciando alla fine per chissà quale luminosa vittoria della libertà aver fatto chiudere lo stand di una scalcagnatissima casa editrice di serie zeta, diretta da un signor nessuno che travolto da un’inaspettata notorietà non gli è parso vero di poter far sapere al mondo che lui è ancora fascista».

Forse si è salvato il Salone del Libro, ma si è certamente persa un’occasione per dimostrare che la libertà di parola ha raggiunto la maggiore età.

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