Il leone e l’agnello

SECONDA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno A

leoneGiovanni Battista mi piace perché è uno che ha il coraggio di dire, riferito a Gesù: «Io non lo conoscevo». Lui, il più grande tra i nati di donna, confessa di aver dovuto approfondire e, in un certo senso, modificare la sua conoscenza di Gesù. Si era fatto un’idea di lui, ma poi questa idea si è modificata a contatto con la realtà. 14Noi siamo in un mondo brutto, perché crede che le idee possano cambiare la realtà di ciò che esiste, mentre è esattamente il contrario: nella realtà c’è un’evidenza originaria che s’impone e va riconosciuta e a cui le nostre idee devono, in un certo senso, adeguarsi. San Tommaso diceva proprio così, cercando di dare una definizione della verità: è l’adeguarsi dell’intelletto alla realtà. Forse per il rifiuto di questo adeguamento, il nostro mondo vagola nella palude delle opinioni, perché ha cessato di guardare alla realtà, a ciò che esiste, e, anzi, ha costruito una dottrina del relativismo in cui è la realtà spesso che si adegua ai tanti intelletti, al punto che non si capisce più che cosa è vero e che cosa è falso. Giovanni Battista aveva nutrito, forse, l’attesa di un Messia potente, di un «leone di Giuda» come era pensato nell’immaginario del popolo ebreo, in quel tempo soggetto alla dominazione dell’impero romano. Quando Giovanni vede e conosce Gesù, la sua esclamazione lo indica, invece, come «agnello di Dio». C’è contrapposizione tra leone e agnello? Indubbiamente sì. L’agnello dice mansuetudine e debolezza. L’agnello richiama ad un ebreo l’animale sacrificato della cena pasquale. Gesù sarà effettivamente l’agnello che Dio immolerà per celebrare la sua Pasqua definitiva con l’umanità. Ma quell’agnello, una volta sacrificato sull’altare della croce, sarà effettivamente leone, proprio in forza del suo essersi donato. Raggiungerà lo scopo del «leone di Giuda», percorrendo però la via dell’«agnello di Dio».

Da questo punto di vista, è veramente geniale la fantasia di Clive Staples Lewis, lo scrittore inglese che ha creato la saga di Narnia. Nel primo episodio, il leone Aslan vince il gelo e la morte del mondo offrendo se stesso alla morte per la salvezza di uno dei bambini protagonisti della fiaba, Edmund, colpevole di tradimento, e risorge a vita nuova, per essere con i suoi nella battaglia finale contro la Strega Bianca e le forze maligne che la accompagnano. Lo stesso autore – che visse una parentesi di agnosticismo e poi sì convertì al cristianesimo – ebbe modo di rispondere ad Hila, una bambina americana lettrice delle sue fiabe, che gli chiedeva chiarimenti proprio sulla figura del leone: «Riguardo all’altro nome di Aslan, vorrei davvero che fossi tu ad indovinare. C’è mai stato qualcuno in questo nostro mondo che giunse nello stesso periodo di Babbo Natale; disse di essere il figlio del Grande Imperatore; per la colpa di qualcun altro diede se stesso a degli uomini cattivi che lo derisero e lo uccisero; tornò in vita; viene alle volte chiamato l’Agnello (vedi la conclusione del Veliero – che è il terzo episodio della saga di Narnia)? Davvero non sai il Suo nome in questo mondo? Pensaci su e fammi sapere la tua risposta!». Ovviamente il leone Aslan è un’allegoria di Cristo, agnello di Dio e leone della tribù di Giuda, vincitore del male attraverso il sacrificio di se stesso e il dono della propria vita.

Tornando a noi e a Giovanni Battista, credo che il vangelo di questa domenica ci aiuti a recuperare il giusto modo di stare davanti a Gesù. Forse tanti di noi hanno chiuso la partita con Lui, credendo di conoscere tutto o, comunque, di avere assimilato quelle «poche idee ma ben confuse», che bastano a trascinare il proprio cristianesimo dell’infanzia nei mille compromessi che facciamo con la mentalità del mondo. A diciotto anni, oggi, si entra nel mondo dei grandi e si può allegramente gettarsi alle spalle le favole dell’infanzia, per cominciare ad impratichirsi con le mille libertà che la società di oggi ci propina. Invece, è il tempo per cominciare a dire, in riferimento a Gesù: «Io non lo conoscevo». Non lo conoscevo, non lo conosco mai abbastanza, voglio aprirmi alla sua conoscenza sempre più piena. Anche una fiaba dell’infanzia, come abbiamo visto, può essere utile. Diceva Lewis: «Vi fu un tempo in cui facevi domande perché cercavi risposte, ed eri felice quando le ottenevi. Torna bambino: chiedi ancora».

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