Vivere da risorti

TRENTADUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno C

Pale di San Martino da Malga RolleNon è un vangelo facile quello di questa domenica. Bisognerebbe conoscere bene i riferimenti dell’Antico Testamento cui accenna Gesù e tenere conto della contrapposizione tra farisei e sadducei sul tema della risurrezione dei corpi. Mi sembra, però, che tutti possano aver capito che Gesù afferma chiaramente la risurrezione, ma la mette in relazione con questa vita in un modo meno banale di quanto facevano i farisei, i quali proprio per questo si esponevano a storielle insulse come quella raccontata dai sadducei a Gesù e che ha come protagonista una povera donna, moglie di sette fratelli, che non si sa bene a chi assegnare come sposa nell’aldilà. La risposta di Gesù è precisa – quasi costruita come un sillogismo – e volutamente fondata sul testo della Scrittura. Egli riporta i sadducei all’episodio di Mosé, cui Dio si presenta nel roveto ardente come Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Ora, i tre erano già morti, eppure il Dio che si presenta a Mosé è il «Dio dei viventi», quindi Abramo, Isacco e Giacobbe devono essere viventi e non morti nel momento in cui Dio si rivela a Mosè nel roveto ardente. Ma allora non si può negare la risurrezione.

Lasciatemi dire che deve essere pesato molto a Gesù essere interpellato su una storiella così banale circa un argomento così importante e decisivo. La visione sbagliata non riguarda tanto l’aldilà e la risurrezione dei morti, quanto l’aldiquà e la vita dei vivi. C’è un modo di guardare al matrimonio come alla gestione di un diritto di proprietà, che deve per forza trasferirsi anche dopo la morte. Per cui i sadducei, piuttosto che cambiare la vita quaggiù, preferivano negare la vita ultraterrena, così da risolvere ogni problema. Quaggiù la donna sposata a sette fratelli, uno dopo l’altro, è stata proprietà ora dell’uno e ora dell’altro di essi, senza alcun conflitto, perché è divenuta proprietà dell’altro solo quando l’uno era morto e non poteva più possederla. Quindi, questa concezione di vita non creava alcun problema legale quaggiù, ma ne avrebbe creato uno insormontabile nel momento in cui questa situazione si fissava e diventava per così dire definitiva nell’aldilà. Meglio abolire l’aldilà, dunque, piuttosto che pensare diversamente il rapporto coniugale nell’aldiquà! Questo il pensiero freddo dei sadducei. Veramente meschino, ben oltre la banalità della storiella.

E fa bene Gesù a rispondere con la freddezza della logica applicata alla Scrittura. Ma, tra le righe, si coglie pure un invito a cambiare il modo di guardare la vita terrena e le sue relazioni, prima fra tutte quella matrimoniale. «Prendere moglie e marito» come si compra una macchina – in una logica, cioè, che non fa per nulla apparire che si tratta di una relazione di amore reciproco – non è per «quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dei morti». Essi non prendono la moglie e il marito come si prende una cosa che si deve possedere e che, quindi, passa di proprietà al momento della morte. Quindi, per essere degni della risurrezione e della vita eterna, bisogna già cominciare a vivere da risorti le nostre relazioni umane, a partire da quella coniugale. Se decidiamo di impostare la nostra vita terrena come una somma di acquisti – di cose e di persone – il Vangelo ci assicura che vivremo come dei morti, vivremo male, sempre preoccupati di perdere ciò che possediamo – cose e persone – e di non poterlo possedere comunque per sempre. Se, invece, viviamo già l’«oggi» della vita terrena come sarà il «sempre» della vita eterna, cioè nella dimensione dell’amore che è dono e condivisione, allora cominceremo già adesso a… risorgere, a poco a poco dentro la trama della vita terrena. Qual è, dunque, l’errore comune ai sadducei negatori della risurrezione e ai farisei sostenitori della vita eterna? Quello di leggere la vita eterna alla luce della vita terrena, quasi come quella fosse una copia migliorata di questa. Gesù ci invita a compiere l’operazione esattamente opposta, e cioè a vivere quaggiù già tenendo conto del destino di eternità che ci aspetta. Non solo: questa eternità cui siamo destinati non è già confezionata da Dio come un vestito da togliere dall’armadio, ma è un tessuto i cui fili di amore vengono da noi pazientemente e fedelmente intrecciati sulla terra. Il paradiso è tutta questione di amore vissuto già, qui e ora.

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