L’alleanza tra Dio e Abramo

SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA – Anno B

DSC_0483Rispetto all’alleanza stretta da Dio con Noè, il patto stipulato con Abramo rappresenta una dimensione nuova: non più l’umanità intera, ma un piccolo popolo – non certo il più importante o il più potente – , un popolo di nomadi, al quale Dio fa due promesse precise – la terra e la discendenza – che costituiscono un cambiamento radicale di prospettiva, in quanto garantiscono una stabilità nello spazio ed una continuità nel tempo ad una tribù abituata a spostare la tenda di frequente. Abramo si è fidato di Dio, ed ora ha una terra e ha avuto da sua moglie Sara, pur in tarda età, il figlio Isacco. Dio ha mantenuto le promesse dell’alleanza. Il sipario potrebbe chiudersi con un bel «vissero felici e contenti». Ma ecco Dio rivolgersi ancora una volta ad Abramo con una richiesta assurda: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, e offrilo in olocausto». Il sipario si è riaperto, anzi non si è chiuso laddove noi volevamo chiuderlo: sulla scena rimane questo Dio-alleato, che sembra chiedere ad Abramo di eliminare una delle due promesse, la discendenza costituita da quell’unico amato figlio, Isacco. Stupisce il silenzio di Abramo. Non dice nulla e parte. A Ur, quando Dio gli aveva detto «Vattene da questa terra verso un luogo che io ti indicherò», ad Abramo era stato chiesto di rinunciare al suo passato, fatto di sicurezza pazientemente costruita. Ora Dio gli chiede di rinunciare al suo futuro, incarnato dal figlio Isacco.

Dio mette alla prova Abramo ed egli risponde con fiducia: queste sono le due parole che scandiscono oggi il nostro itinerario quaresimale. In che cosa consiste esattamente la prova chiesta da Dio ad Abramo? Nella fiducia in Dio, in Lui come persona e non nelle cose o nelle persone che egli ha donato. Dio ha mantenuto la promessa della discendenza con Isacco, ma Abramo non deve fidarsi del discendente Isacco ma solo di Dio che promette e dona la discendenza. Abramo deve dimostrare di aver capito che Isacco è e rimane il dono di Dio e non una sua certezza. La prova è un momento decisivo ed ineliminabile della fede in Dio: occorre accettare di perdere i doni di Dio per ritrovare il Dio che dona, perché la fede non è riposta in un dono, fosse pure di Dio, ma nel Donatore divino.

L’olocausto chiesto da Dio sul monte si compie. La vittima del sacrificio, però, non è il figlio Isacco, ma il padre Abramo. Infatti, egli sull’altare sacrifica un ariete. Si badi: non un agnello (un animale – figlio), ma un ariete (un animale – padre). È Abramo a compiere in se stesso il sacrificio interiore del figlio. Quel giorno egli perde Isacco come oggetto posseduto, come garanzia materiale dell’alleanza, per riaverlo come dono totalmente gratuito di Dio. Sul monte viene sacrificata la fede imperfetta che riduce Dio ad un esecutore di desideri umani. Salendo sul monte, Abramo era convinto sì di fare la volontà di Dio, ma di un Dio che inspiegabilmente lo stava impoverendo, ed invece sul monte incontra un Dio che misteriosamente lo voleva arricchire di una fede più limpida.

Domandiamoci: che posto ha la prova nel cammino della nostra fede? Si tratta di un momento necessario, e non manca mai (è Dio a deciderlo, e non noi!). Dovremmo, anzi, dubitare di una fede che non dovesse mai registrare una prova, perché vorrebbe dire che non stiamo camminando con Dio. La prova non serve affatto a Dio per sapere qualcosa di noi, ma serve a noi per sapere a che punto è il nostro rapporto con Dio: se a Lui siamo uniti in forza dei rapporti sereni che ci sono in famiglia o delle belle cose che facciamo in parrocchia o dell’affetto che riceviamo dagli amici o dei successi che otteniamo nel lavoro, oppure se siamo con Lui solo per il fatto che Egli è il nostro Dio e l’unico senso che diamo alla nostra vita. La prova purifica, rafforza l’alleanza e arricchisce la nostra fede.

Naturalmente, alla prova bisogna rispondere con la fiducia, che è l’unico atteggiamento capace di svelarci il mistero che la prova vuole rivelare. Ciò che conta è, come Abramo, salire il monte, in silenzio, perché sul monte e dal nostro silenzio si sprigiona la voce di Dio. La fiducia è un cammino che si compie non perché si è già capito tutto, ma per il solo motivo che è Dio a chiedercelo. La fiducia è sempre un rischio e una sfida.

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