#JeSuisCharlie… #JeNeSuisCharlie

La strage di Parigi non ha bisogno di parole di condanna. In quell’azione terroristica che ha messo di fronte le matite e i kalashnikov c’è un abominio di ingiustizia e di violenza. Se scrivere #JeSuisCharlie significa esprimere l’orrore per chi imbracciava i kalashnikov e la pietà per chi brandiva le matite, ebbene… #JeSuisCharlie. Ma lasciatemi  il permesso, in una sorta di feconda contraddizione, anche di scrivere… #JeNeSuisCharlie. E vi spiego perché. La condanna inappellabile per un atto terroristico gravissimo non deve farci dimenticare che la violenza, in questo nostro mondo così devalorizzato, si perpetra anche con le matite e non solo con i kalashnikov. Un amico mi ha detto: «D’accordo, ma se uno ti colpisce con una matita, tu sei in diritto di rispondergli con la matita e non con una mitragliata di piombo. C’è una congruità, una proporzionalità anche nella legittima offesa!». Caro amico, non sono d’accordo con te. Primo, perché il mio Signore mi ha chiesto di non rispondere alla violenza (sia pure quella delle matite) con altra violenza (sia pure con le matite), altrimenti il nostro mondo diventa un covo di violenti (soprattutto se le matite sono appuntite).

Ma – mi dirai – io non sono tenuto a seguire la strana morale di Gesù Cristo. E sia. Ecco, allora, il secondo motivo per cui non sono d’accordo. Quella strana congruità, quella proporzionalità – che poi non è mai equanime, perché c’è sempre una diversità di mezzi e di poteri anche quando si usano solo le matite per offendere – dovrebbe essere la base su cui si costruisce la libertà, la libertà di espressione, la libertà di stampa, la libertà di vignetta? Niente affatto. L’unica base stabile su cui si può innalzare quell’infinita altezza che è la libertà umana è il rispetto. Dileggiare miliardi di persone con vignette al limite dell’osceno e del pornografico (anticristiane e non solo antimusulmane) non è affatto esercitare la libertà di espressione, e se uno mi dileggia con una vignetta non posso pensare di costruire la civiltà sulle fondamenta di una possibilità offerta a tutti di dileggiarsi reciprocamente a colpi di matita!

No, la violenza è già nascosta dentro le idee che si depositano in una vignetta, e può essere più potente di un kalashnikov, anche se lascia ancora vivo l’avversario. Spesso, poi, colui che usa la matita per offendere non si rende conto che davanti a lui, che è capace di far scorrere il suo livore satirico su un foglio di carta, ci sono milioni di uomini che non sono così intelligenti, e sanno trovare, per rispondere, solo il grilletto di un kalashnikov o la lama di un coltello.

Il mio amico appare sorpreso: «Ma allora – mi dice – non c’è più posto per il sorriso nel mondo, non c’è più posto per la satira!». No, caro mio. #JeSuisCharlie perché credo nella forza del far sorridere e anche del far ridere, in un mondo che ha già tanti motivi per piangere. Ma #JeNeSuisCharlie se, per far ridere, debbo per forza offendere, e non so accendere sul volto di tutti gli uomini un sorriso di pace. Aveva ragione la mia nonna che, quando, da bambino, bisticciavo con le mie sorelle, mi metteva in guardia perché – diceva – «il troppo riso finisce in pianto».

E’ accaduto a Parigi. Piangiamo tutti, dunque, dopo aver magari riso. Ma sarebbe bene che da una vicenda come questa, noi occidentali, che siamo ormai diventati sacerdoti di una libertà senza contenuti, invece di continuare ad innalzare l’ambiguo vessillo della libertà di espressione, imparassimo qualcosa, per riempirla veramente da uomini questa sacrosanta libertà. Non puntiamo il dito solo su un certo islam, ma battiamoci il petto!

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