Quinta Domenica di Quaresima. Tocca…

D’accordo, Gesù. Ci hai fatto assaporare l’acqua che disseta per sempre, ci hai aperto gli occhi con la luce che squarcia le tenebre del peccato, ma noi ora vogliamo toccare con mano la vittoria su quel male estremo che attanaglia la nostra vita: la morte che ce la ruba quando meno ce lo aspettiamo e che, comunque, anche se dopo lunghi anni, arriva inesorabile a toglierci gli affetti più cari. La pagina evangelica di Lazzaro ci pone di fronte ad una vicenda in cui è racchiusa la domanda più profonda della nostra umanità. La risposta che ci viene data non è tanto in quel Lazzaro che, dopo aver abitato il sepolcro per quattro giorni, esce ancora avvolto nelle bende e nel sudario: egli è solo tornato indietro – prodigiosamente certo, compiendo proprio quel desiderio che ciascuno di noi vorrebbe veder realizzato per i suoi cari defunti – mentre la vittoria sulla morte non può che essere un andare avanti, un andare oltre, che la sconfigga una volta per tutte e per sempre.

Ecco, allora, che ci balena davanti agli occhi il senso di questo miracolo avvenuto al cimitero di Betania, dopo i due segni che abbiamo contemplato le passate domeniche presso il pozzo di Sicar e la piscina di Siloe. Il senso è racchiuso proprio nel mistero pasquale che si è fatto vicino e che, anche quest’anno, ci apprestiamo a celebrare. Il povero Lazzaro di lì a poco dovrà morire una seconda volta, mentre il Cristo che, risorto e vivo, ora siede alla destra del Padre rappresenta proprio quella «gloria di Dio» di cui la risurrezione di Lazzaro è solo il segno povero e imperfetto, che attende la morte e la risurrezione del Figlio di Dio per diventare pieno ed efficace. Questo spiega perché Gesù non corra subito a Betania, quando riceve la notizia che l’amico Lazzaro è malato. La concezione che Gesù ha della morte è diversa da quella che abbiamo noi: egli ne parla come di un sonno da cui egli viene a svegliarci, e quel risveglio – ce lo diciamo già oggi – non è la spettacolare uscita dalla tomba di un uomo ancora tutto bendato dalla sua mortalità e dalle sue infinite fragilità, ma è lo stupore del mattino di Pasqua in cui nel sepolcro silenzioso ci sono, per terra, solo le bende, perché Colui che esse avevano legato è libero per sempre. La differenza tra quanto accaduto nel cimitero di Betania e quanto visto nel giardino di Gerusalemme è presto detta: qui nel cimitero si verifica un fatto straordinario che assomiglia ad una eccezione che conferma la regola della morte; là nel giardino viene inaugurata una normalità che, a partire dalla primizia Gesù Cristo, si riversa su tutti i credenti in Lui, sconvolgendo la regola della morte in una regola di vita. Questo è il segno di Lazzaro, che il Cristo svelerà la mattina di Pasqua.

Noi, però, in questa domenica dell’itinerario quaresimale, siamo ancora incollati al dolore ed al pianto che si consumano nello spazio triste di un cimitero, e siamo colpiti da quel Lazzaro che tanto ci assomiglia nel suo essere abbandonato alla morte, e ci pare che lo sia anche dall’amico Gesù che fa di tutto per arrivare tardi al capezzale dell’uomo malato. Noi oggi siamo posti di fronte al mistero dell’esistenza dell’uomo, a cui solo la Croce di Cristo saprà dare una sconvolgente risposta. In fondo, anche sulla croce ci sarà Qualcuno che abbandona il proprio Figlio alla morte e lo lascia finire i suoi giorni terreni nell’abominio di una morte orribile e dolorosa. Il Padre si comporterà così come ora Gesù si è comportato con Lazzaro: lo ha lasciato morire. In realtà, ciò che il Gesù di Betania ci vuole insegnare è la fiducia di chi si abbandona a Dio, più che lo sdegno di chi si sente abbandonato da Dio. Gesù, decidendosi a ritornare a Gerusalemme – da cui Betania distava appena tre chilometri – si consegna di fatto ai suoi accusatori ed aguzzini. Egli si abbandona all’ora decisa dal Padre per Lui, si mette nelle sue mani. Anzi, ci mette nelle sue mani, perché con il suo abbandono inaugura anche per noi la vera sconfitta della morte, quella che si consuma sulla Croce e non al cimitero.

Sentiamolo vicino al nostro pianto, alle nostre fatiche, questo Gesù di Betania. Sentiamolo prossimo alla nostra profonda umanità ferita e preghiamolo così: «Signore Gesù, aiutami a uscire dalle situazioni che mi schiacciano. So che posso sempre contare su di te, perché sei il Signore della vita. Amen».

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