Caso Mangiacasale. Aspettiamo ancora il botto della trasparenza!

La vicenda Mangiacasale è ritornata in primo piano in occasione della recente “comunicazione” (tra virgolette, perché non voluta da chi avrebbe potuto davvero comunicare) del decreto di Papa Francesco, che, concludendo il processo canonico, ha definitivamente dimesso dallo stato clericale l’ex-economo della diocesi di Como, accusato e reo confesso di violenza sessuale su minori, condannato a tre anni e mezzo, ora agli arresti domiciliari in attesa del terzo grado del giudizio penale.

Che cosa è successo subito dopo? Uno: la diocesi ha “comunicato” la notizia in data 12 febbraio lamentandosi che fosse stata inopinatamente uscita dal segreto (ma quale segreto ci può essere per una decisione del Papa che deve essere conosciuta perché, comunque, riguarda tutti il sapere che un prete che ha commesso e ammesso simili reati non esercita più le funzioni del suo ministero?).

Due: è stata diffusa simultaneamente (12 febbraio) anche una nota del vicario episcopale mons. Angelo Riva (che è anche direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della diocesi di Como, direttore editoriale de Il Settimanale della diocesi di Como e docente di teologia morale presso il Seminario Vescovile). Diffusa come? In un primo tempo inviata alla mail diocesana dei preti, presentandola come “articolo pubblicato sul Settimanale”; poi presente (tutt’ora) sul sito ufficiale della Diocesi, nelle news insieme al comunicato stampa.

Tre: la “nota del monsignore” ha provocato una reazione da parte di don Roberto Pandolfi, parroco di San Giuliano (la parrocchia di Como in cui il Mangiacasale è stato parroco prima di lui ed ha continuato a dimorare anche da economo della diocesi), pubblicata sul sito della parrocchia stessa, sabato 15 febbraio.

Questo iter comunicativo completo è stato riproposto sulle pagine del quotidiano Corriere di Como, su cui anch’io ho firmato un mio commento in data 13 febbraio (poi ripreso qui). Non ho nulla da aggiungere a quanto già presente in quell’articolo. Solo, da prete e da cristiano che ama la sua Chiesa – in una vicenda lunga due anni e segnata da innumerevoli errori, inciampi, reticenze, coperture, minimizzazioni e magari qualcos’altro ancora che cova sotto la cenere… – , avrei desiderato un botto di trasparenza finale, aiutato e quasi suggerito anche dal coraggio del Papa. Invece quella “nota del monsignore” è un ulteriore passo falso.

Non voglio entrare nei contenuti, su cui rimando alle parole ineguagliabili di don Roberto Pandolfi nel suo articolo. Mi attengo ad una disamina sul versante  comunicativo. In quella nota sono sbagliati i toni e sono soprattutto sbagliati i tempi. Insomma, parole inopportune, che rivelano una gestione della comunicazione diocesana tutt’altro che ponderata. Avventurarsi in una analisi cavillosa e pretestuosa – da penalista e non certo da teologo morale – nel momento in cui era sufficiente accogliere con gratitudine la decisione del Papa (battendosi semmai il petto) è, oltre che un’ulteriore ferita inferta alle vittime vere della vicenda, un ennesimo ed imperdonabile errore comunicativo, che grava su tutta la Chiesa di Como purtroppo. Ho scritto queste cose all’interessato e ho chiesto a lui che domandasse scusa pubblicamente per quelle parole al vento. Dieci giorni sono passati invano. Anzi…

Quattro. La sera di sabato 22 febbraio ecco la goccia che fa traboccare il vaso. Intervistato dall’emittente locale Espansione Tv e dal quotidiano Corriere di Como, mons. Angelo Riva, distratto anche dal cioccolatino (o cos’altro) che sta trangugiando, snocciola inviti ripetuti alla preghiera e pontifica con imperturbabilità stoica sulla vita come tribolazione mista a gioia. Ancora una volta, però, svicola clamorosamente dal suo ruolo: non sta promuovendo un corso di esercizi spirituali da tenersi in un monastero di clausura, ma viene intervistato come responsabile della comunicazione diocesana su una vicenda vergognosa e, se vuole uscire dal “no comment” di circostanza, deve comunicare contenuti pertinenti e non pie esortazioni. Altrimenti continui a stare zitto. Del resto, l’ultima volta che aveva parlato, nel giugno del 2012, aveva accusato i giornalisti di essere «coprofagi» (mangiatori di feci, per non usare altre parole più efficaci).

Sia chiaro. Pregare per un cristiano è il modo più bello di affidare a Dio una intenzione o una persona che magari non riusciamo più a raggiungere con la nostra azione. Sant’Agostino diceva: «Quando non puoi più parlare a lui di Dio, parla di lui a Dio». Però la preghiera non può essere la comoda scorciatoia per evitare di assumersi le proprie responsabilità e nemmeno il modo di non rispondere, quando il tuo ruolo è quello di direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della diocesi. Resto sempre più sgomento per tanta superficialità…

E Il Settimanale della diocesi di Como? Che cosa ha scritto in merito? Nulla. Nell’edizione del 15 febbraio nulla poteva esserci, perché il giornale era stato chiuso, prima della diffusione della notizia la mattina di mercoledì 12 febbraio. Nell’edizione del 22 febbraio, ecco la sorpresa. Per trovare l’ufficialità, bisogna andare alla penultima pagina, quella delle lettere. C’è una “nota della Direzione”, che poi… non c’è, perché i lettori, se la vogliono leggere, debbono scaricarla dal sito diocesano (anche la maggioranza dei lettori del settimanale diocesano, che non sono internauti…). Ed il comunicato ufficiale della diocesi dov’è? “A titolo informativo” (che cosa vuol dire? che non era nemmeno necessario, ma che, “bontà sua”, la direzione lo rende pubblico ai lettori?) è pubblicato sulla pagina delle lettere e rubriche. Un comunicato ufficiale ridotto a lettera, messo – proprio come dice il titolo – «in margine alla vicenda Mangiacasale»… So che al Settimanale diocesano c’è – almeno sulla carta – anche un direttore responsabile (che non è mons. Riva, il quale non è giornalista), so soprattutto che c’è una valida redazione in cui operano tre giornalisti professionisti. E’ troppo chiedere un briciolo di dignità professionale, visto che il direttore editoriale sembra non sapere che cosa sia?

E il quotidiano La Provincia di Como? Altra nota, purtroppo dolente. In data 13 febbraio ha pubblicato in una pagina interna (con un microscopico richiamo in prima pagina) la notizia del decreto papale di dimissione dallo stato clericale di Marco Mangiacasale ed il testo integrale del comunicato diffuso dalla diocesi. Nulla si dice della nota di mons. Riva. Ma soprattutto, in modo clamoroso, La Provincia ha “bucato” la notizia che il parroco di San Giuliano era intervenuto in modo chiaro con una sua nota sul sito della parrocchia: nell’edizione di domenica 16 febbraio nemmeno una parola! Il potere rende codardi? C’è un editore “padrone” che dice che cosa scrivere e che cosa nascondere? Ci piacerebbe saperlo, se non è coperto da segreto, anche perché – non dimentichiamocelo – Marco Mangiacasale fu membro del Consiglio di Amministrazione del quotidiano La Provincia: lo era al momento dell’arresto e lo rimase per un mese ancora, con tanto di nome stampato sul giornale.

Mons. Angelo Riva, inaugurando il suo mandato come direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della diocesi di Como, nella ricorrenza del Patrono dei Giornalisti il 24 gennaio 2011, in Episcopio esordì – con non poca sorpresa dei presenti – con una lezione dottorale sui criteri di notiziabilità (qualche collega se lo ricorderà di certo). Ecco: forse la redazione del quotidiano locale più diffuso sul territorio, in ossequio a quei saggi consigli dell’esperto, ha deciso che le parole coraggiose di don Roberto Pandolfi non erano notiziabili? Suvvia, un po’ di dignità non guasta nemmeno in un giornale che vuole essere “laico”… Ho visto che un giornalista che scrive per quel quotidiano, Paolo Moretti, e che mi pare abbia seguito proprio la vicenda Mangiacasale, sul sito Vino Nuovo ha pubblicato un coraggioso intervento “controcorrente” sugli ultimi sviluppi della vicenda.

Scrivo queste cose con il coraggio che è richiesto in simili vicende, senza astio o malanimo verso nessuno. Prima di scrivere, ho riflettuto e pregato – il monsignore può starne certo… – e, soprattutto, ho fatto i miei passi personali, incontrando i volti, aldilà dei freddi ed artificiali comunicati dietro ai quali spesso ci si trincera. Che cosa mi aspetto? Una conversione di rotta, decisa, coraggiosa, che vada incontro ai rossori della vergogna se necessario, e che soprattutto non tema alcun ricatto da parte di chicchessia. Mi aspetto un atto di trasparenza e, perché no, qualche richiesta pubblica di scuse. Credo che la misericordia e il perdono alberghino già da tempo nel cuore delle vere vittime di questa bruttissima vicenda. Ma bisogna trovare la via di Canossa e vestire il sacco, senza altri passi falsi.

Chi sono io per dire queste cose? Nessuno. Mi si giudichi per quello che scrivo e non per l’autorità che non ho. Le varie componenti della Chiesa di Como – laici, associazioni e preti – ritrovino la forza della verità e il coraggio della parola. E chi non è capace di fare il mestiere che gli hanno appioppato, torni a fare quello che è capace di fare, ubbidendo a Dio piuttosto che agli uomini…

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9 thoughts on “Caso Mangiacasale. Aspettiamo ancora il botto della trasparenza!

  1. Carissimo Don Agostino, penso che, con la sua splendida capacità comunicativa, lei ha lanciato oggi l’ultimo appello perchè la curia di Como salvi la faccia in questa triste vicenda. Leggendo nei giorni scorsi il comunicato di Don Riva mi ha pervaso, pur essendo un cattolico praticante, una sensazione di schifo profondo, quasi di nausea. La voce sua, di Don Roberto Pandolfi e di altri sacerdoti si è giustamente e coraggiosamente levata. Noi fedeli di Como, le vittime ed i loro genitori (anche io sono genitore e capisco quello che possono soffrire) stiamo però ancora tutti aspettando un gesto da vero pastore da parte del Vescovo.Il mio pensiero è che più passano i giorni più rischia di trovarsi come unica scelta quella delle dimissioni.
    La ringrazio per quello che ha scritto oggi.
    Alessandro

    • Caro don Agostino, immagino che lo sappia: lei e don Roberto Pandolfi verrete lasciati soli dai vostri fratelli sacerdoti, nessuno – nemmeno chi condivide le vostre parole – metterà il suo nome accanto al vostro. E poi i panni sporchi si lavano sempre in casa!
      Intanto noi, il gregge, assistiamo muti (solo qualche belato disperato) allo show … “erano come pecore senza pastore”.

  2. Grazie di cuore. Lo so, ma spero sempre che non sia così… Del resto «il Pastore grande delle pecore» è rimasto senza pecore… e anche senza pastori, proprio nel momento… cruciale. La casa dei cristiani non è la sagrestia, ma il mondo, l’umanità intera. I panni si lavano e si stendono “in faccia al mondo”, come “in faccia al mondo” si porta l’abito del Battesimo.

  3. caro don Agostino, altro articolo coraggioso come quello di don Roberto.
    Per fortuna ci sono ancora preti che sanno chiamare le cose con il loro nome.

  4. caro Don Agostino, il coraggio della verità è la qualità che rende gli uomini “stimati” e degni di onore. Ora che questa storia è esplosa in tutta la sua deflagrante potenza, chiediamo al Signore che ci aiuti, tutti, a rimetterci insieme. Preghiamo e lavoriamo su quello che ci unisce, Facciamolo presto, altrimenti le ferite di questa “bomba” le dovremo curare per molto tempo

  5. La vicenda che descrivi mi intristisce, mi da un senso di ennesima occasione persa per essere responsabili, onesti, sinceri. Tuttavia non mi sorprende : è il comportamento di tutte le caste, che tendono solo a conservare potere e autorità anche a costo di rimetterci in serietà e autorevolezza. Coloro, poi, che avrebbero il compito di ‘guardiani’ sono semplicemente conniventi, mentre la cosiddetta ‘maggioranza silenziosa’ (sempre che esista!) non approva, ma accetta.
    …..
    Non sapendo, adesso, come ‘contribuire’ in maniera più concreta a realizzare il ‘…”botto” della trasparenza”, posso approvare e sostenere solo ‘moralmente’ le voci un po’ fuori dal coro, come la tua e quella di Don Roberto, il cui articolo, mi ha sinceramente toccato e mi ha fatto ‘sentire’ (pur non sentendomi di nulla responsabile) la vergogna e l’offesa che le giuste parole NON dette possono recare….

  6. Buon giorno volevo sapere se lei era un sacerdote , poiché non riesco a capire come trova il tempo di pubblicare continuamente articoli su articoli, solitamente i sacerdoti non hanno molto tempo per questo. Volevo sapere da lei quale aiuto può recare ai giovani chiamati da Gesù le sue parole. Grazie

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