Ottava Domenica del Tempo Ordinario. Come un bimbo svezzato…

San Giuseppe Cottolengo, il fondatore della Piccola Casa della Divina Provvidenza, era solito dire: «Se voi pensate al domani, la divina Provvidenza non ci pensa più, perché ci avete già pensato voi. Non guastate dunque l’opera sua, e lasciatela fare». Le parole che abbiamo ascoltato nel Vangelo di oggi – siamo sempre nel «discorso della montagna» – vanno in questa direzione, nella direzione dell’affidarsi e non dell’affannarsi. «Non preoccupatevi!». Torna quattro volte questo monito di Gesù, che invita a non preoccuparsi di tutte quelle cose per cui noi, invece, ci affanniamo: «di quello che mangerete o berrete… per il vostro corpo… di quello che indosserete». E la frase forse più amara pronunciata da Gesù è questa: «Chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?». L’affanno non ha garanzie di successo, è un investimento al buio. Sbaglieremmo, però, a considerare Gesù un predicatore del fatalismo e un propugnatore di una santa pigrizia, quasi che l’uomo – dotato di pensiero, raziocinio, intelligenza dentro il grande spettacolo del creato – possa pensare di essere come un giglio nel campo. Egli deve guardare i gigli del campo e imparare dai fiori la modalità con cui Dio agisce nella storia, ma il suo affidarsi alla Provvidenza, da uomo, non può essere come quello del fiore del campo. Gesù non vuole affatto svalutare il lavoro umano, quanto metterlo al posto giusto, quale mezzo per raggiungere un fine che resta nella luce della Provvidenza divina. Non è, quello di Gesù, un invito a non essere operosi, a non seminare, a non mietere e a non raccogliere nei granai. Il Signore Gesù ci vuole operosi, dediti all’occupazione, ma non schiavi della preoccupazione. La parola stessa – preoccuparsi – dice che c’è qualcosa che noi mettiamo prima della occupazione, qualcosa che cova nella nostra mente e ci affanna, tanto che, poi, l’operare costa maggiore fatica. Ed è questa fatica con cui lavoriamo che deve essere sostituita dalla fiducia nella Provvidenza, non tanto il nostro lavoro. Se siamo onesti, dobbiamo riconoscere che la porzione più grande di fatica delle nostre giornate non è dovuta tanto al lavoro quanto all’affanno con cui lavoriamo. Ed è questa fatica, creata da noi, a disarticolare la bellezza originaria che è presente anche nel fare. Ecco perché il giglio del campo è vestito meglio di Salomone: non c’è nel fiore alcuna preoccupazione di usare il vestito come richiamo dell’apparire esteriore, ma solo la fiducia in ciò che Dio lascia trasparire.

Le parole del profeta Isaia sono, da questo punto di vista, illuminanti: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai». Dio offre il fondamento dell’affidarsi a Lui. Il suo amore ci precede proprio come l’amore totale che una madre nutre nei confronti del figlio formatosi nel suo grembo. Paradossalmente, se anche esistesse una madre che si dimentica del suo bambino, Dio è una madre che non si dimenticherà mai di nessuno dei suoi figli. La Bibbia usa proprio l’immagine del bimbo in braccio a sua madre per definire la sicurezza di colui che si affida a Dio: «Signore, non si esalta il mio cuore, né i miei occhi guardano in alto; non vado cercando cose grandi, né meraviglie più alte di me. Io invece resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima mia» (Sal 131). Il protagonista di questo salmo non è il neonato che cerca naturalmente la madre, ma il bambino già svezzato che va a cercarla ancora. Noi siamo bambini «svezzati», non siamo gigli del campo che automaticamente si vestono come vuole Dio. Noi dobbiamo affidarci a Dio con una scelta compiuta dalla nostra volontà.

San Paolo mette in evidenza un’altra importante conseguenza di questo atteggiamento di affidamento in Dio: l’uomo si libera da ogni giudizio umano, sia positivo che negativo, compreso il proprio, e non è preoccupato di quello che pensa la gente e nemmeno di come può egli stesso giudicarsi, ma solo di non tradire il messaggio del Vangelo. «Il mio giudice è il Signore!», grida l’Apostolo. Il cristiano non affannato, che si affida al suo Signore, è persona veramente libera e coraggiosa.

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