Trentesima Domenica del Tempo Ordinario. Il fariseo e il pubblicano…

Se fossimo stati lì, avremmo potuto vedere la scena dei due uomini che salirono al tempio a pregare. Eppure non avremmo potuto esprimere il giudizio finale, perché solo Dio è in grado di leggere che cosa passa dentro il cuore dell’uomo, solo Dio conosce il mistero che ogni uomo è nel suo profondo. Avremmo visto due uomini, in piedi, l’uno distante dall’altro, ma non avremmo potuto capire quale vicinanza essi avevano con Dio. Uno dei due «non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo», ma il suo cuore stava in alto, vicino a Dio. L’altro, invece, gli occhi li aveva sicuramente innalzati verso il cielo, ma in realtà guardava solo se stesso. La preghiera misura proprio il grado della nostra vicinanza a Dio, giacché Egli è sempre «vicino a chi ha il cuore spezzato» (come abbiamo recitato nel salmo), cioè il cuore aperto per incontrarlo e per lasciarlo entrare. Il problema del fariseo è proprio questo: il suo cuore non è «spezzato» e così egli «pregava tra sé». La sua unica preoccupazione era se stesso, mentre l’amore è un movimento che porta fuori di se stessi, e anche la preghiera è un movimento dell’amore. Quindi, siccome «pregava tra sé», dovremmo concludere che quel fariseo non pregava affatto, ma si autoincensava e disprezzava gli altri uomini da cui si sentiva molto diverso. Come sono le nostre preghiere? Anche noi iniziamo dicendo: «O Dio, ti ringrazio…», ma poi subito aggiungiamo: «… perché non sono come gli altri uomini». Anche la nostra preghiera assomiglia, più che a una lode di Dio, ad una esaltazione dell’io? Il rischio esiste. Ciascuno rifletta.

Ma la parabola del fariseo e del pubblicano viene raccontata da Gesù non tanto per insegnare come si prega quanto per correggere la coscienza che ciascuno ha di se stesso. La parabola va contro «l’intima presunzione di essere giusti» che porta sino al disprezzo degli altri. Quindi, se uno, dopo aver ascoltato la parabola in cui il fariseo prega dicendo: «Ti ringrazio perché non sono come quel pubblicano», dovesse avere come primo suo pensiero: «Ti ringrazio perché non sono come quel fariseo», ebbene, cadrebbe nello stesso peccato, nella stessa intima presunzione di essere giusto, che allontana da Dio e porta fatalmente a disprezzare gli altri.

Sarebbe come se un bambino dicesse alla mamma: «Mamma, ti ringrazio perché sono bravo, ho già fatto tutti i compiti, e anzi ho superato tutti i miei compagni di scuola ed ho preso il voto più bello oggi, e non sono mica come il mio compagno di banco che non sa ancora scrivere bene o come quell’altro bambino che non sa nemmeno leggere… Ed ho già messo in ordine la mia camera, mica come il mio fratello che l’ha messa in disordine e non ha voluto nemmeno aiutarmi…». Quel bambino sta veramente ringraziando la sua mamma o sta solo lodando se stesso? Spero che quella mamma non dica a quel bambino: «Bravo! Bene!» e magari lo incoraggi a superare sempre i suoi compagni di scuola… Certo non succederà, se quella mamma si comporterà come Dio si è comportato con il fariseo della parabola. Ora, compiere i propri doveri è cosa buona e giusta, ma bisogna farlo nel modo giusto e nel modo buono, senza gonfiarsi e vantarsi, senza per questo credersi a posto, senza per questo ritenersi in diritto di disprezzare gli altri. Gesù ci ha insegnato a fare tutto quello che dobbiamo fare e a sentirci poi semplicemente persone che hanno fatto il loro dovere.

L’errore del fariseo – vale la pena ricordarlo – non è quello di comportarsi bene, ma è quello di presumere di essere giusto, a posto, perché si comporta bene, e di poter quindi giudicare tutti gli altri, dall’alto del suo piedistallo. Il pregio del pubblicano non è affatto quello di comportarsi male, semmai quello di riconoscersi peccatore e di invocare umilmente la misericordia di Dio. La preghiera diventa il momento che rivela il diverso atteggiamento dei due nella loro vita. Il fariseo dice la verità quando afferma: «Non sono come questo pubblicano». È vero: quel pubblicano torna a casa perdonato, perché è questo che egli ha chiesto nella preghiera; il fariseo, invece, non ottiene quella salvezza che egli non ha chiesta, perché presume già di averla e di averla ottenuta solo con il suo sforzo.

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