Ventottesima Domenica del Tempo Ordinario. Il dono e il donatore…

Perché gli altri nove lebbrosi guariti non tornano sui propri passi per ringraziare Gesù? Non è difficile immaginare almeno due ipotetiche motivazioni. La prima: Gesù non li ha toccati, ma solo guardati; ha detto loro di presentarsi ai sacerdoti, i quali – secondo le disposizioni contenute nel Levitico – avrebbero dovuto attestare la loro guarigione, che però non è avvenuta lì davanti a Gesù, ma lungo la via; quindi, la loro purificazione resta un fatto inspiegabile che non è possibile attribuire a qualcuno e, con certezza, nemmeno a Gesù. Una seconda motivazione, più interiore, è questa: essi non avevano colpa d’essere malati di lebbra, e quindi non dovevano alcun grazie a nessuno se finalmente erano venuti fuori da quell’isolamento in cui la malattia li aveva costretti per tanto tempo. Insomma, o quella guarigione era avvenuta per caso oppure era una specie di risarcimento dovuto. Questi due modi di pensare, ancor oggi molto diffusi, tagliano le gambe alla gratitudine.

Facciamoci un’altra domanda, ancora più importante in un mondo come il nostro in cui la gratitudine non è di casa: che cosa serve per dire «grazie»? Nel racconto evangelico c’è come una traccia di percorso che, per un tratto, accomuna tutti e dieci i lebbrosi. La parola di Gesù «Andate a presentarvi ai sacerdoti» sembra senza senso, visto che prima di andare dai sacerdoti avrebbero dovuto essere guariti dalla lebbra. Invece un senso ce l’ha, e i dieci lebbrosi sembrano averlo compreso: quella parola domanda loro di mettersi in cammino – un cammino prima di tutto interiore – e chiede di fidarsi della parola incomprensibile di Gesù. Essi lo fanno e si ritrovano guariti.

Quante volte nella vita è necessaria questa fiducia in Dio o nelle persone che ce lo rappresentano e attraverso le quali egli parla! Ha senso seguire le parole di mamma e papà, che non riesco a comprendere? Ha senso che io mi fidi di quanto mi chiede mia moglie o mio marito e magari si tratta di una cosa che per me è senza senso o che è meno importante di altre? Sì, ha senso, ma solo entro un’ottica di fede e di amore. Mi fido di lui, di lei, del papà e della mamma, perché a ispirare le loro parole è l’amore per me. La gratitudine si genera sul terreno della fiducia ed è il frutto di un cammino fatto sulla parola, fidandosi di qualcuno che mi vuole bene.

Già, ma nove non tornano. Che cosa scatta in quell’uno, per giunta «straniero», che torna indietro per lodare Dio «a gran voce»? Egli torna da Gesù, perché dimentica se stesso, non si mette al centro della scena, come invece fanno gli altri nove, che sono attenti solo al grande vantaggio che quella nuova situazione – la guarigione – ha per loro. Quel samaritano sa fare il passaggio dal dono al donatore, ha capito che il dono è solo un magnifico strumento per entrare in comunione con il donatore. Proviamo a fare un esempio: lo dico in modo particolare ai più piccoli, ma ascoltino anche i grandi. Quando si riceve un regalo dentro un bel pacchetto con il fiocco, normalmente lo si apre subito e succede anche che si vada a farlo in un angolo o nella propria stanzetta e che subito ci si metta a giocare, tutti presi da quella novità. Invece, bisognerebbe imparare a donare subito il proprio tempo e la propria gioiosa gratitudine a chi quel dono ce lo ha fatto e che, magari, resta lì in piedi senza godere della nostra attenzione. Ci si butta sul dono e si perde di vista il donatore, mentre ogni regalo è una occasione perché si entri in relazione con colui che quel regalo lo ha scelto come strumento per entrare in comunione con noi.

Ecco, la gratitudine scatta solo in chi sa fare questo passaggio, e sa vedere il vero dono nella persona che ci fa un dono e non nel regalo che egli ci ha portato. «Vedendosi guarito, tornò indietro». La gratitudine comporta sempre un tornare indietro, un andare all’origine, al fondamento: il riconoscere che dietro ogni dono c’è un donatore e che intrattenere una relazione con lui è ben più importante che gettarsi sul dono e consumarlo, come fosse una fetta di torta. I dieci lebbrosi ricevono da Gesù il dono della salute, ma solo uno di loro ottiene il dono della salvezza. Il dono della salute è importante, ma si consuma. Il dono della salvezza è legato strettamente a Dio che la dona, e non si consuma, perché ci lega per sempre a Lui.

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