Sesta Domenica di Pasqua. Scelti per rimanere nell’amore…

L’immagine della vite, quella vera, trova il suo significato nel comandamento dell’amore. A noi non piace che l’amore sia comandato. Infatti, non è così. L’amore Gesù ce lo ha insegnato, ce lo ha mostrato: la misura dell’amore è il «come io ho amato voi». Amarci così è possibile solo se rimaniamo uniti alla vite, quella vera. E infatti il vero comando di Gesù non è «amatevi», ma «rimanete nel mio amore». Questa è la cosa che fatichiamo a comprendere: tutti impegnati ad amare, dimentichiamo che la via maestra dell’amore è rimanere nel Suo amore, è rimanere uniti a Lui, perché altrimenti non possiamo fare nulla. Come si fa a rimanere nell’amore di Gesù? La risposta c’è ed è disarmante: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore».

Qui tocchiamo il punto centrale della nostra vita cristiana: amare è possibile solo rimanendo nell’amore di un Altro, e rimanere nell’amore dell’Altro è possibile solo osservando i suoi comandamenti. Sembra una cosa strana a sentirla, ma a viverla è profondamente vera. Anzi, è proprio così: il legame tra l’amore e l’obbedienza è strettissimo, è quasi connaturale. È così per ogni amore autentico, che possa ancora portare questo nome. È così nell’amore del matrimonio, in cui l’uno è vite vera per l’altra che è il suo tralcio, ma l’altra è reciprocamente la vite dell’uno che è il suo tralcio. È così nell’amore dell’amicizia dove ciò che conta veramente è la leggerezza del rimanere vicendevolmente legati come tralci che traggono nutrimento dalla medesima vite. È così nell’amore che un figlio ha per suo padre o sua madre, dove la fatica dell’obbedire coincide con la realtà stessa dell’amore. È così nell’amore che un padre e una madre hanno per la propria prole, soprattutto quando una certa distanza s’incunea come una minaccia e serve la fermezza e insieme la pazienza, che solo l’amore sa mettere in campo per farci rimanere uniti.

 Tutte le volte che ci ostiniamo a inseguire un amore che svicola dall’obbedienza, ci troviamo fatalmente lontani dall’amore, e lo capiamo subito perché c’è una spia che si accende nel nostro cuore e magari anche sul nostro volto, ed è la tristezza. La tristezza del figlio prodigo che deve tornare dentro di sé e poi sui suoi passi per ritrovare la casa del padre. La tristezza del giovane ricco che non osa lasciare tutto e volta le spalle allo sguardo colmo d’amore di Gesù. La tristezza è data dalla sensazione di non avere nulla stretto dentro il pugno. Per forza: amare non è mettere qualcuno dentro il nostro pugno, amare è portarlo in palmo di mano, in una libertà che è insieme anche povertà e rinuncia. La tristezza è l’esito fatale dell’amore che non ubbidisce, mentre Gesù a chi ama osservando i suoi comandamenti promette la gioia: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». Sembra di capire che la gioia ha il posto che i frutti avevano nell’immagine della vite vera. Il frutto del rimanere nell’amore di Cristo è la gioia, la sua gioia che diventa piena solo quando passa attraverso di noi, proprio come la linfa della vite genera il frutto solo irrorando i tralci che le sono uniti. Certo, la gioia non va confusa con una banale allegria da divertimento e spesso s’accompagna a non poca fatica, alla rinuncia, a qualche sacrificio. Non dimentichiamo che solo la vite tagliata con la salutare potatura potrà gemmare e portare frutto: la gioia è un dono talvolta inaspettato ed improvviso che viene a colmare il cuore di chi si è fidato e ha seguito la strada indicata dal Vangelo. La gioia è il sigillo dello Spirito Santo, che ci prepariamo a ricevere nel dono della Pentecoste.

Un’ultima cosa ci dice Gesù nelle parole che abbiamo ascoltato – pronunciate nell’ultima cena prima di affrontare la croce – ed è grande consolazione ascoltarle ogni volta, ciascuno nel proprio stato di vita: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga». La scelta è sua, l’impresa è sua e noi siamo stati costituiti per portare frutto e Lui farà di tutto perché il nostro frutto rimanga. Ecco perché da tralci scelti e potati non dobbiamo far altro che rimanere nell’amore di Colui che ci ha scelti e costituiti. Rimanere non vuole dire stare fermi. Non c’è movimento più bello che rimanere nell’amore di Gesù.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...