Famiglia: valore irrinunciabile per l’Europa

La sera di venerdì 11 maggio a Rovellasca ho introdotto un incontro sul tema “Famiglia: valore irrinunciabile per l’Europa”, dialogando poi con l’on. Luca Volonté, parlamentare italiano impegnato anche nel Consiglio d’Europa. Offro qui la trascrizione degli appunti del mio intervento iniziale e delle parole conclusive.

Comincio dall’ultima parola, «Europa». Quanti di noi si sentono europei? Che cosa sappiamo dell’Europa? Esiste l’Europa aldilà delle istituzioni dell’Unione Europea? Talvolta la realtà di questa Europa sembra assai evanescente. Si dice spesso che l’Europa deve ancora realizzare una unità politica e non solo economica. In questi mesi stiamo toccando con mano che anche l’unione economica è assai fragile. Ci sono ventisette Paesi membri, ma la parola che torna più spesso nelle cronache è “asse franco-tedesco”… Eppure, non me la sento di dire che l’Europa è semplicemente un sogno, una chimera per idealisti, perché l’Europa c’è già stata (anche se non si chiamava così) e potrebbe esistere ancora. Molto dipende anche da noi, dalla fuoriuscita dai nostri orticelli e dalla volontà di pensare in grande.

La parola «Europa» richiama la parola «valori». Quali sono i valori dell’Europa (o meglio degli europei)? Si avverte ancora la necessità di decidere e agire in forza di valori da perseguire? I valori sono ancora avvertiti come oggetti della conoscenza morale oppure le morali sono fondate sull’individuo e ne esistono tante quante sono le teste, non sempre pensanti? Domande importanti, che sono state aggirate da quella rivoluzione riuscita in Europa (quella dell’Ovest e quella dell’Est) – forse l’unica rivoluzione riuscita – che ha fatto cadere la maiuscola alla parola «Dio» e poi, una volta ridottolo ad un dio minuscolo e ininfluente, ha fatto cadere la lettera iniziale stessa – da Dio a io – regalando a quell’Io la maiuscola tolta a Dio. Vale la pena riascoltare alcune parole pronunciate dall’allora cardinal Ratzinger a Subiaco il 1° aprile 2005 (Giovanni Paolo II sarebbe morto il giorno dopo, e il 19 aprile il cardinal Ratzinger sarebbe stato eletto papa con il nome di Benedetto XVI) in una conferenza tenuta al Monastero di Santa Scolastica, in occasione della consegna all’autore del Premio San Benedetto “per la promozione della vita e della famiglia in Europa”: «L’Europa ha sviluppato una cultura che, in un modo sconosciuto prima d’ora all’umanità, esclude Dio dalla coscienza pubblica, sia che venga negato del tutto, sia che la sua esistenza venga giudicata non dimostrabile, incerta, e dunque appartenente all’ambito delle scelte soggettive, un qualcosa comunque irrilevante per la vita pubblica. Questa razionalità puramente funzionale, per così dire, ha comportato uno sconvolgimento della coscienza morale altrettanto nuovo per le culture finora esistite, poiché sostiene che razionale è soltanto ciò che si può provare con degli esperimenti. Siccome la morale appartiene ad una sfera del tutto diversa, essa, come categoria a sé, sparisce e deve essere rintracciata in altro modo, in quanto bisogna ammettere che comunque la morale, in qualche modo, ci vuole. In un mondo basato sul calcolo, è il calcolo delle conseguenze che determina cosa bisogna considerare morale oppure no. E così la categoria di bene, come era stata evidenziata chiaramente da Kant, sparisce. Niente in sé è bene o male, tutto dipende dalle conseguenze che un’azione lascia prevedere». Basterebbe confrontare le parole del cardinal Ratzinger con la radicalizzazione contenuta nelle tesi di Gianni Vattimo, secondo il quale non esistono fatti ma solo interpretazioni:  la norma del discorso non è la verità ma il consenso, e bisogna cercare una condivisione comunitaria che è indipendente dal vero e dal falso degli enunciati.

Diventa ovvio, allora, quale sia l’unico significato possibile per la parola «irrinunciabile». La rinuncia non è più un valore, ed irrinunciabile sembra essere solo il divertimento. Lo dico in senso non riduttivo. Non intendo, cioè, riferirmi ai divertimenti, agli svaghi, ai piaceri, ricercati talvolta in modo spasmodico, quasi ansioso e patologico. Voglio parlare proprio del divertimento – il divertissement di pascaliana memoria – ovvero quell’arte del divertere, dello spostare l’attenzione dal centro alle periferie dell’uomo, dalla sua essenza alle sue esistenze. Oggi l’unica cosa a cui non si rinuncia – a cui non si vorrebbe rinunciare, perché poi, obtorto collo, talvolta si deve soccombere – è l’«ego» con la sua circonferenza. «Tutto intorno a te», diceva uno slogan pubblicitario non a caso di una società telefonica, ed è questa una pretesa che funziona se sei da solo: in due è già più difficile che tutto ruoti attorno a te! In una società così profondamente segnata dall’individualismo, la nozione di «non negoziabile» o di «irrinunciabile» è assai problematica. E, tra l’altro, sono venuti a mancare anche gli strumenti conoscitivi per fondare l’esistenza di principi non negoziabili. È un discorso ampio, che non può essere affrontato con la dovuta profondità. Butto là due nomi. Uno è l’evidenza, intesa come reale strumento conoscitivo che viene prima del ragionamento logico: ci sono cose che si trovano e cose che ci trovano; ci sono cose che si conoscono e cose che semplicemente si riconoscono. L’idea che la conoscenza sia solo sperimentale e logica va contro l’esperienza. L’altra realtà dimenticata è la natura, così osannata per un certo versante e così calpestata per un altro: si parla tanto di natura e di salvaguardia delle esigenze naturali dell’uomo, ma poi non si vuole partire dalla considerazione e dall’evidenza della legge della natura, della legge naturale.

E qui introduco soltanto l’ultima parola, che è poi la prima nel nostro titolo ed è il tema di questo incontro: «famiglia». In un articolo apparso sul quotidiano Avvenire il 29 aprile scorso, il giurista Giuseppe Dalla Torre parlava di «famiglia spogliata» (un altro modo per leggere la famiglia in crisi). Egli addossa una responsabilità ben precisa al legislatore, scrivendo che «a una prima valutazione delle vicende sviluppatesi negli ultimi due secoli, sembrerebbe di dover giungere alla conclusione che i legislatori civili non hanno sostanzialmente reso un buon servizio alla famiglia, nella misura in cui l’hanno sottoposta a una continua e progressiva spoliazione di funzioni e caratteri suoi propri». E specifica poi le tappe di questa spoliazione della famiglia da parte del diritto: «Il processo è iniziato con lo sradicamento dal suo essere un istituto naturale, che cioè il legislatore positivo non può plasmare a piacimento fino a stravolgerne gli elementi costitutivi. Poi si è progressivamente negato che fosse (anche) un luogo economico, non solo di consumo ma pure di produzione di beni e servizi; che avesse un ruolo solidaristico intergenerazionale (ai tempi della riforma del diritto di famiglia del 1975, si sosteneva comunemente che la famiglia dovesse essere liberata dai compiti assistenziali non suoi e svolti sussidiariamente in mancanza di un intervento pubblico!); che fosse l’ambiente umano naturalmente deputato all’integrazione sessuale e alla procreazione (si pensi alla scomparsa dell’impedimento matrimoniale di impotenza, alla banalizzazione della procreazione fuori del matrimonio, alla riproduzione artificiale della vita umana); che costituisse l’istituto ordinariamente deputato all’attribuzione di status (si pensi a certi odierni orientamenti del legislatore in tema di filiazione o di attribuzione del cognome, che sembrano giungere fino alla rottura delle genealogie e delle appartenenze)».  Insomma, se si riduce la famiglia ad un «luogo degli affetti» e solo a questo, viene meno proprio l’irrinunciabilità della famiglia stessa nella società e non si capisce nemmeno più bene che cosa è e che cosa non è famiglia. È proprio la vasta problematica che attanaglia le nostre società, tutte tese a svuotare la famiglia da un lato e a rivendicare lo status di famiglia anche alle unioni omosessuali. È invece interessante raccogliere quanto ci dice una vasta indagine statistica che sarà ufficialmente presentata in occasione dell’Incontro mondiale delle famiglie che si svolgerà a Milano: la crisi della famiglia comporta gravi problemi alla tenuta della società e provoca ingenti spese di danaro e risorse umane, tanto è vero che le società più avanzate nella spoliazione della famiglia stanno già correndo ai ripari, decidendo politiche di sostegno alla famiglia tradizionale e alla famiglia unita come valore, se non irrinunciabile, almeno redditizio per il bene della società tutta. Verrebbe da citare ancora le parole del cardinal Ratzinger a Subiaco il 1° aprile 2005: «In un mondo basato sul calcolo, è il calcolo delle conseguenze che determina cosa bisogna considerare morale oppure no». È chiaro che tale principio è profondamente sbagliato, eppure anche alla luce di tale principio – ovvero con il calcolo delle conseguenze negative che la crisi della famiglia comporta per la società – la famiglia è da considerarsi un valore irrinunciabile per la nostra Europa.

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