Ma chi l’ha detto che il calo dei consumi è un male?

I consumi sono quelli di trent’anni fa. Spendiamo per cibo, bevande e tabacco come nel 1981: lo dice l’Istat. Naturalmente, tutto ciò genera allarmismo: l’Italia è in “recessione tecnica”. Non sono un economista e nemmeno vorrei esserlo, per cui si prenda con misericordia quanto sto scrivendo: se è tutto sbagliato si butti nel cestino, ma se qualcosa di vero c’è allora si abbia il coraggio di cambiare il modo di pensare. Ho il sospetto che qualcuno abbia deciso che il consumo deve essere inarrestabile e che il segno “più” è l’unico ammesso nella strana aritmetica del progresso. Ma questo è un tipico “dato e non dimostrato” della modernità liquida.

La benzina trent’anni fa costava circa un quinto di quanto costa oggi, ma forse anche il pane, e sembra che di pane (inteso come alimento) e di benzina (intesa come movimento) la nostra società non possa più fare a meno. Però il segno “meno” è un legittimo strumento di difesa e anche un modo virtuoso per realizzare una società più sobria. E chi l’ha detto che, siccome è economicamente meno redditizia, non sia invece eticamente più giusta? Il punto è questo.

I consumi sono diminuiti, ma chi mi dice che non fossero esagerati? Il cliché della società dai consumi inarrestabili è una chimera finanziaria e si sostiene solo con la creazione di sempre nuovi bisogni fittizi, quando non del tutto inutili, che servono solo a far consumare. Nel nostro mercato malato si offrono risposte per inventare domande. Un computer non basta, ce ne vogliono due o tre. Un telefonino è troppo poco, bisogna affiancargli un tablet, anzi due (così se uno smette di funzionare, non corri il rischio di rimanere disconnesso). E questa rincorsa al di più (superfluo che deve diventare indispensabile) riguarda anche il settore alimentare e anche quello dell’abbigliamento, e gli esempi si potrebbero sprecare.

Ecco, parliamo anche di spreco. E’ giusto affermare che, siccome l’economia deve tirare, io devo continuare a comprare? Qualche dubbio io lo nutro. Prendiamo il cibo: c’è un evidente spreco di cibo acquistato che riempie i sacchi della spazzatura (vedere per credere) ed è ovvio che la gente a cui il portafogli si assottiglia tende a sprecare di meno e quindi ad essere più accorta e sobria negli acquisti. E questo, scusate, è solo un bene!

Se la tassazione cresce e i prezzi non diminuiscono e la benzina raggiunge i due euro al litro e gli stipendi restano quelli che sono, come sarà mai possibile aumentare i consumi? Ma, poi, perché devo per forza consumare di più (sprecando) se ho scoperto che posso vivere dignitosamente consumando di meno (risparmiando)? Quando andavo alle elementari a metà degli anni Sessanta c’era una Giornata del Risparmio che a scuola si celebrava come quella degli alberi: la maestra quel giorno ci inculcava il dovere del risparmio, ma lo facevano a casa ogni giorno anche mamma e papà. Poi sono arrivati gli anni in cui divenne obbligatorio comprare continuamente, e risparmiare è diventato quasi un delitto contro l’economia. Adesso per qualcuno risparmiare è addirittura un lusso, che non ci si può più permettere… Ma allentare i consumi si può. Perché i soldi sono di meno e finiscono prima di risparmiarli, certo. Ma anche perché consumare di meno è giusto ed è bello, e si vive lo stesso. Anzi, forse si vive meglio!

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2 thoughts on “Ma chi l’ha detto che il calo dei consumi è un male?

  1. Dal punto di vista etico o filosofico, se vogliamo, il discorso è condivisibile.
    Nella pratica, però, calo dei consumi significa calo della produzione, disoccupazione, povertà, minori tutele, minori servizi (che costano) e quindi ancora maggiore calo dei consumi …. ecc.
    E’ una spirale pericolosa, che, una volta innescata, non è semplice interrompere.
    L’allarme, io credo, è giustificato.

    • Disoccupazione e povertà, di fatto, sono il frutto di una società iperproduttiva e iperconsumistica che, per forza, va in crisi. Non è pensabile un consumo inarrestabile. Forse la soluzione non è una sobrietà sistemica, ma certo occorre operare una riflessione economica – e non solo filosofica o etica – più profonda di quella a cui ci ha abituati un certo liberismo senza regole.

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