Conversione, un cammino che dura tutta la vita (seconda parte)

Nei giorni scorsi (prima a Solbiate Comasco poi a Ponzate infine a Morbio Inferiore) ho trattato del tema della conversione, proponendo una riflessione che attinge abbondantemente all’esperienza e al pensiero di sant’Agostino. In un precedente post è apparsa la prima parte del canovaccio che ho seguito nella mia meditazione. Ecco anche la seconda parte.

Il primo movimento riguarda Dio nella persona di Gesù Cristo: Agostino finalmente scopre il movimento dell’incarnazione, della discesa di Dio per amore dell’uomo e del mondo (“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio”). Capite: davanti ai suoi occhi non c’è più l’uomo che si eleva sino a Dio, ma il Cristo che, essendo Dio, si abbassa sino all’uomo (è l’intuizione di san Paolo: “egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini”). Il motivo della mia conversione è che Dio si è come convertito a me, per darmi la sua vita si è abbassato sino alla mia morte (“Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”, è sempre Paolo che parla).

Ecco, allora, il secondo movimento che finalmente riguarda l’uomo, il quale davanti a questo Dio che in Gesù Cristo discende, non può più accettare la propria situazione di peccato e si mette sulla via della conversione: Agostino si converte nel momento in cui l’exemplum di Cristo lo sospinge a cambiare la sua consuetudine di vita, segnata prima dal disordine morale. Questo cambiamento, però, non è il frutto di uno sforzo sovrumano, di una scelta moralistica, ma è proprio la risposta umana all’abbassamento del Cristo. La conversione, quindi, diventa la responsabilità umana davanti ad un dono divino. Agostino ha una espressione bellissima per dire questa realtà: “Chi ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te: ti ha amato senza che tu lo sapessi, ma non ti salva se tu non lo vuoi… Non ha avuto bisogno del tuo assenso per crearti, ma non ti renderà giusto senza il tuo impegno” (s. 169,11,13). Ecco, la conversione è il sigillo della libertà umana che è messa in movimento dalla grazia divina. Quando Agostino comprese questo, poté dare inizio al suo itinerario cristiano di conversione, che durò tutta la vita. Quando fu sul letto di morte, mentre la città di Ippona era assediata dai Vandali, si fece affiggere sulle pareti della stanza in cui si trovava i salmi penitenziali, affinché, piangendo, li potesse leggere e pregare continuamente.

Tutto ciò vale anche per ciascuno di noi. Se crediamo che la conversione possa generarsi nell’uomo come uno scatto di orgoglio per elevarsi in alto e raggiungere uno stadio di purezza attraverso le pratiche penitenziali, non siamo nell’ottica del Vangelo. La conversione cristiana è possibile solo nell’abbandono totale al Dio di Gesù Cristo. Non si ci converte al proprio ideale di Dio, ma a quel Dio vivo che si è rivelato a me e mi trascina per vie magari non desiderate, a quel Dio inaspettato che possiede la misura dell’Amore e agisce sino alla Croce.

Da questo punto di vista la parabola del figliol prodigo è l’icona della conversione cristiana. La conversione del figlio minore comincia quando il padre lo lascia partire con la parte dei beni che gli spetta: è inaspettato questo comportamento del padre che permette al figlio di sprecare il bene. Non è sconsiderato questo padre così liberale?

La conversione del figlio prende avvio nella regione della dispersione e della lontananza: egli torna in se stesso. E tornare in se stessi è il primo gradino – ancora umano e filosofico – della conversione. Ma si torna in se stessi non per trovare in se stessi la risposta: Dio non si trova in fondo al proprio cuore, Dio non è la scintilla che si trova nel centro di se stessi. L’interiorità non è intimismo. Quanta confusione si fa oggi attorno al cuore, ridotto al borsellino delle emozioni, al ricettacolo privatistico delle proprie idee. Il figlio torna in se stesso per poi tornare sui suoi passi. Torna in se stesso per trascendere se stesso, per andare oltre, fuori di sé. Il mio io è importante per convertirmi, ma poi è come un muro che devo saltare per abbandonarmi nelle braccia di Dio. La conversione del figlio minore è un cammino vero, non solo interiore; non è un semplice tornare in se stesso, ma è un andare oltre se stesso verso il Padre.

La conversione del figlio si perfeziona quando egli trova inaspettatamente un padre che lo vede quando ancora è lontano, gli corre incontro e lo accoglie a braccia aperte. Un padre che non lo sgrida, anzi organizza una festa per il suo ritorno. Il padre che sta sulla porta di casa non è il Dio che ci aspettiamo. Ma questo è il Dio di Gesù Cristo, un Dio svuotato della propria prerogativa divina (come direbbe san Paolo), un Dio misericordia la cui caratteristica è quella di uscire sempre incontro all’uomo, di abbassarsi sino a lui. Il padre esce incontro al figlio minore che torna. Ma esce incontro anche al figlio maggiore che non vuole più entrare in casa. Il figlio maggiore non è in stato di conversione, non perché sia cattivo o non abbia le sue ragioni per protestare: egli si è comportato bene in tutti quegli anni, ma ha la colpa grave di non essersi accorto di chi è veramente suo padre, ha vissuto in casa come un estraneo. La sua non-conversione non è dunque una questione morale, ma un problema di non-incontro e non-riconoscimento di Dio: egli non vuole accettare che suo padre è Misericordia che esce incontro all’uomo.  Deve convertirsi a questa realtà di Dio se vuole convertirsi! 

Concludiamo, allora, questa nostra riflessione sulla conversione.

Questo atteggiamento deve essere dimensione che misura tutta la vita. Fondamentale è l’apertura a Dio, Signore della mia vita, senza la quale nessuna pratica penitenziale ha un senso. L’iniziativa appartiene a Dio. Egli non è la risposta al tuo bisogno, non è il tuo ideale, quello che finalmente tu hai trovato nel fondo del tuo cuore. Dio non è affatto l’ideale dell’uomo. È oltre, ma è oltre nel suo essersi fatto uomo e nel continuare ad essere un evento inaspettato dentro la mia vita.

Convertirsi significa aspettarsi tutto da Dio. Significa non sapere mai che cosa vorrà da me domani. Convertirsi, per usare un’immagine agostiniana, significa avere il cuore sempre inquieto.

La conversione è una ricerca che trova e che cerca ancora. Questa dinamica del cercare e del trovare e del cercare ancora è proprio il movimento tipico della vita terrena e della conversione cristiana che la attraversa.

Mi piace concludere con un testo di sant’Agostino – che ci ha aiutato a riflettere sulla conversione – che insiste proprio su questa dinamica. Si trova all’inizio dell’omelia 63 a commento del vangelo di Giovanni.

«Rendiamo più attento e penetrante lo sguardo dell’anima e impegniamoci a cercare Dio col suo aiuto. Una voce del cantico divino dice: Cercate Dio, e l’anima vostra vivrà (Sal 68, 33). Cerchiamolo per trovarlo, e cerchiamolo ancora dopo averlo trovato. Per trovarlo bisogna cercarlo, perché è nascosto; e dopo averlo trovato, dobbiamo cercarlo ancora, perché è immenso. (Ut inveniendus quaeratur, occultus est; ut inventus quaeratur, immensus est). È  per questo che il Salmista aggiunge: Cercate sempre il suo volto (Sal 104, 4). Egli sazia chi lo cerca per quel tanto che lo possiede; e rende più capace, chi lo trova, di cercarlo ancora per riempirsi maggiormente di lui, con la sua accresciuta capacità di possederlo. Quindi non è stato detto: Cercate sempre il suo volto, nel senso che si dice di taluni: son sempre dietro ad istruirsi e non arrivano mai alla conoscenza della verità (2 Tim 3,7), ma piuttosto in quest’altro senso: Quando un uomo ha finito, è allora che comincia (Sir 18, 6); finché giungeremo a quella vita dove saremo ricolmati in modo da non dover più accrescere la nostra capacità, perché saremo così perfetti da non poter più progredire. Allora ci sarà mostrato quanto ci basterà. Qui in terra, invece, dobbiamo cercare sempre; il risultato della nostra scoperta non segni mai la fine della nostra ricerca. Non sarà sempre così, ma soltanto finché saremo quaggiù: diciamo tuttavia che qui in terra bisogna sempre cercare, e nessuno pensi che ci potrà essere un momento in cui si possa smettere di cercare. Coloro dei quali l’Apostolo dice che son sempre dietro ad istruirsi senza mai arrivare alla conoscenza della verità, è su questa terra che non finiscono mai di imparare; perché quando saranno usciti da questa vita, non staranno più ad imparare, ma riceveranno la ricompensa del loro errore. L’Apostolo dice: son sempre dietro ad istruirsi senza mai arrivare alla conoscenza della verità, come a dire: camminano sempre, ma non raggiungono mai la meta ove son diretti. Noi invece camminiamo sempre su questa via, finché non perverremo là dove questa via conduce; non fermiamoci mai su tale via finché non ci avrà fatti arrivare là dove resteremo. E così, cercando, avanziamo; trovando raggiungiamo una tappa; cercando e trovando perverremo alla meta, e là finalmente avrà termine la ricerca, dove la perfezione non avrà più bisogno di progredire».

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