Terza Domenica di Quaresima. Nel tempio…

Il nostro itinerario quaresimale giunge nel tempio di Gerusalemme. È la prima Pasqua che Gesù celebra con i suoi discepoli, e la terza sarà quella definitiva in cui – nella prospettiva del vangelo di Giovanni – sarà Gesù stesso l’agnello immolato. In quella Pasqua il «vero agnello» di Dio sarà sgozzato fuori dal tempio, fuori dalla città, sul Golgota, mentre in questa prima Pasqua del ministero pubblico di Gesù, egli si reca nel tempio e compie un gesto profetico che ha un duplice significato. È innanzitutto purificazione dalle contaminazioni che rischiano di trasformare i luoghi sacri in un crocevia umano, in un «mercato» come dice Gesù stesso. Ogni tempio, compresa la nostra chiesa, è invece uno strumento per l’incontro con Dio, è un’occasione per innalzare la vita al di sopra delle preoccupazioni umane, è il luogo della Parola di Dio che incrocia le parole umane e le feconda. Quando Gesù tornerà a Gerusalemme per la seconda Pasqua, prima di quella definitiva, in quella occasione farà un lungo discorso sul pane di vita, che alle nostre orecchie cristiane suona come una catechesi sull’Eucaristia. Parola e Pane, dunque. Ma il significato più importante del gesto di Gesù – ed è un significato che tornerà anche nella Pasqua del pane di vita – è il superamento del tempio stesso. Gesù vuole sì purificarlo, ma intende anche relativizzarlo, ridurlo a segno. Il significato del segno non è quella costruzione imponente costata quarantasei anni di fatica, ma è Gesù stesso nella sua fragilità umana e nella sua potenza divina. «Egli parlava del tempio del suo corpo», così come nella Pasqua successiva parlerà di quel «pane di vita eterna» che Egli è «per la vita del mondo» e non di un alimento che sazia per poche ore. La religione diventa così questione di rapporto con una persona, di ascolto della sua parola, di incontro con una umanità, di esperienza di vita insomma. Posso così entrare in un tempio, in una chiesa di campagna come in una grande basilica, ma resto un semplice turista se la mia vita non è implicata nel rapporto con Gesù Cristo…

Alla domanda dei Giudei: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?», l’unica risposta possibile, dunque, è quella che Gesù stesso darà al gruppo di soldati che andrà a prenderlo nel giardino: «Sono io». Quella risposta li farà stramazzare a terra, perché assomiglia all’«Io sono», che è il nome stesso di Dio. Ecco, Dio ha deciso che il suo tempio è il Figlio fatto uomo: è Lui la casa di Dio, la casa del Padre in mezzo a noi. Se noi ci ostiniamo a cercare altri segni, perdiamo tempo. Lo aveva capito bene san Paolo, ebreo della prima ora che aveva poi fatto l’incontro con la persona di Cristo: egli sa che l’unico segno è «Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio». Il fatto è che noi ci siamo forgiati, secondo una logica umana, un’idea di forza e di sapienza e la applichiamo a Dio, quasi imponendogliela, mentre Dio ci ha dato non un’idea di sé, ma una persona in carne e parola che ci mostra com’è realmente la sua potenza e la sua sapienza, e noi dobbiamo accogliere questa persona e far nostra la parola viva e vivente che egli ci porta. Il cristianesimo altro non è che questa via umana che parte dall’incontro con la persona di Gesù, vero ed unico tempio.

Un via spirituale? Sì, a patto di intendere bene questo aggettivo. La spiritualità non è affatto una fuga dalla vita, perché la nostra unica esperienza è nella carne. È una falsa spiritualità quella che si estrania dalla vita concreta. Ed è falsa soprattutto per un motivo: Dio stesso per essere veramente spirituale si incarna, si abbassa sino ad assumere la nostra stessa carne e la nobilita dal di dentro, non restandone fuori. Le tavole dei dieci comandamenti sono un manifesto di vera spiritualità, perché contengono parole per la vita concreta. Quelle parole sono diventate ancora più vere nella Parola perfetta di Dio, in Gesù Cristo. «Ascoltatelo!», ci diceva la voce dalla nube, nel vangelo di domenica scorsa. Il Signore Gesù si erge in mezzo a noi come una stella alpina, fiore forte la cui bellezza però cresce nei luoghi impervi della vita. La bellezza di Dio ama rifulgere e stupire, laddove gli uomini vivono le loro fatiche.

 

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