Terza Domenica del tempo ordinario. «Il tempo è compiuto»

Le parole con cui l’evangelista Marco riassume il vangelo di Dio che Gesù andava proclamando nella Galilea affermano qualcosa che sembra non verificarsi mai, quasi quell’annuncio rimanga sempre aperto. «Il tempo è compiuto»: che cosa significa? La parola che noi traduciamo con “tempo” non indica il tempo del calendario, non è quello che si misura con l’orologio. Ecco perché Gesù può dire che il tempo è compiuto, eppure i giorni vanno avanti. Ciò che ha raggiunto la pienezza è la presenza di Dio dentro il tempo, tanto che non abbiamo più bisogno di attendere altra manifestazione più perfetta o favorevole: davanti a Gesù Cristo l’uomo è posto di fronte alla massima vicinanza umanamente immaginabile di Dio (e questo esattamente è il significato dell’altra affermazione di Gesù: «il regno di Dio è vicino»). È giusta, quindi, la nostra sensazione di qualcosa che non si verifica mai, ma non perché è qualcosa che si avvererà solo in un futuro misterioso, ma perché è qualcosa che è già accaduto in un passato verificabile ed è qualcosa che continua ad accadere ogni giorno. «Il tempo è compiuto», dunque, significa: Dio è qui, adesso.

La risposta a questo annuncio, la risonanza di questa percezione è il «subito» con cui Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni seguono Gesù. La risposta non è un verbo, che misura un’azione nel tempo. La risposta è un avverbio, che misura il tempo in un’azione. Quel «subito» del lasciare e del seguire da parte dei quattro pescatori mi ha sempre colpito, perché è quasi inspiegabile in una logica umana, in cui si richiede ponderazione e prudenza prima di decidere. Ma è proprio così: i quattro non hanno deciso in base ad un ragionamento, che sicuramente seguirà e che avrà bisogno di tempo – il tempo del calendario misurato dall’orologio – ma hanno agito in forza di un’attrazione di quella persona, nella convinzione che il tempo favorevole è venuto. Si dice di fronte ad un fatto inaspettato, ad un incontro che pare fortuito: «È l’occasione della mia vita!»; oppure anche: «Devo salire adesso sul treno della vita, altrimenti passa e chissà quando torna!». Sono espressioni che ci aiutano a capire che cosa è successo a quei quattro uomini quel giorno che Gesù passava lungo il mare di Galilea. L’avverbio «subito», quindi, andando oltre le regole della grammatica, non è un avverbio di tempo ma è un avverbio di persona: è Gesù che motiva il “subito” del seguire, è la sua persona, il fascino del suo passaggio, l’attrazione della sua proposta. In fondo, questa, che ci appare come una logica strana, guida invece quel fondamentale processo che attraversa la nostra vita, noto come «innamorarsi»: uno s’innamora subito e cerca subito di incontrare quella persona che lo ha affascinato e vorrebbe subito dimorare con lei e perde di fatto la cognizione del tempo – quello dell’orologio – perché è caduto dentro un’altra misurazione del tempo, il cui orologio è… una persona, il suo volto, il suo sorriso, la sua compagnia.

Mi direte: ma allora dobbiamo innamorarci di Gesù? In un certo senso sì, anche se poi ogni innamoramento deve stabilizzarsi nell’amore se vuole essere veramente umano. Stando con Gesù i discepoli pescati lungo il mare ebbero la possibilità di capire, di convertirsi e di credere al vangelo di Gesù, e fu quella un’impresa che durò tutta la vita. Fu l’avventura dell’amore, iniziata con quel colpo di fulmine sul lago di Galilea, quando subito lasciarono tutto e seguirono Gesù. Amare una persona non significa certo smettere di esserne innamorati, ma è altresì indubitabile che l’avverbio di persona cambia: dal «subito» bisogna passare al «sempre» e in un certo senso quel tempo misurabile – quello del calendario – che ci sembrava ininfluente e persino dannoso torna ad essere ineliminabile e necessario. Il fascino del «subito» deve incarnarsi nella quotidianità talvolta pesante del «sempre». E, nello stesso tempo, dentro questa concretezza deve rimanere il senso del provvisorio. È quanto ci suggerisce san Paolo nella esortazione che abbiamo ascoltato: «Il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi (…) quelli che usano i beni del mondo vivano come se non li usassero pienamente». L’unica pienezza, infatti, sta in quel tempo che Gesù ha inaugurato e che dura ancora.

 

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