Corsivo. Ma chi comandava la Costa Concordia?

Il naufragio della nave Costa Concordia sugli scogli dell’Isola del Giglio è da alcuni giorni l’argomento che occupa l’attenzione principale dei media. Anche la situazione economica, che da due mesi aveva colonizzato il primo quarto d’ora di ogni telegiornale, è diventata la seconda notizia. Non dico che il disastro accaduto nel Tirreno non meriti attenzione, ma, come al solito, si esagera.

Per condire la vicenda, mancava un ingrediente. Ed eccolo, puntuale: c’era una donna in cabina di comando nel momento della manovra fatale che ha provocato l’incidente, era con il comandante Schettino. Si tratta di una giovane donna moldava, imbarcata a Civitavecchia, semi-clandestina, non passeggera e nemmeno membro dell’equipaggio. Che ci faceva a bordo? Con quale ruolo faceva compagnia al comandante della nave? Perché si trovava in un luogo in cui non avrebbe dovuto trovarsi? Perché difende colui che tutti considerano come il responsabile del naufragio, presentandolo come un eroe che ha salvato tremila vite umane? Domande a cui è urgente dare una risposta. Speriamo solo di non scoprire che la donna, piacevole compagnia del comandante Schettino a cena, fosse poi salita in plancia a fare un po’ di… scuola guida, distraendo il comandante nella manovra di imprudente avvicinamento all’isola nota in gergo marinaresco come «inchino». Sarebbe un tassello che aggiunge onta alla vergogna, in una vicenda che ci ha fatto fare la solita brutta figura davanti al mondo intero.

E che dire, poi, del comandante che abbandona la nave, non come ultimo uomo quando tutti i passeggeri e gli uomini dell’equipaggio sono stati tratti in salvo, così come prevede il codice d’onore oltre che il diritto della navigazione. La famosa telefonata con la capitaneria di porto di Livorno ha dimostrato che il comandante non era sulla nave quando ancora parecchi passeggeri dovevano abbandonarla, e che non aveva alcuna intenzione di obbedire al comando di risalire a bordo che gli veniva intimato dall’autorità. Il proverbio dice che, quando una nave affonda, i primi ad abbandonarla sono i topi, e qualcuno ha citato il proverbio affibbiando così al comandante una parte poco onorevole. Mi sembra indecoroso – quand’anche fosse giuridicamente ineccepibile – che, mentre nel ventre della nave ci sono ancora dei dispersi quasi certamente cadaveri, il comandante che l’ha abbandonata anzitempo e che è comunque il responsabile del disastro se ne stia tra gli agi della sua abitazione sulla costiera sorrentina. Forse l’umidità di una cella sarebbe stata più consona in queste ore…

Mi viene in mente quanto il filosofo danese Soeren Kierkegaard annotò nel suo Diario, usando proprio un paragone marinaresco: «La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani». Pensiero certo profondo, da non sprecare nella vicenda della Costa Concordia, finita nelle mani di chissà chi in quei momenti così drammatici… Eppure ogni nave che viaggia e che si arena, incagliandosi nei bassifondi o andando a sbattere sugli scogli, è icona della vita, di questa vita in cui anche l’imprevedibile accade e in cui il male appare sempre più banale. Chi comanda? Ne è davvero degno? Ha in mente la rotta o il menù? Siamo sicuri che non ci abbandoni sulla nave che la sua imprudenza ha condotto alla deriva? Sono domande che mi pongo, mentre la televisione continua a mostrare impietosamente quella nave da crociera, macchina del divertimento, alla stregua di una città galleggiante – e liquida – coricata su di un fianco e invasa dall’acqua. E il megafono, intanto, che cosa trasmette?

 

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