Prediche: minigonne o cappotti?

Sono stato raggiunto da una citazione “dotta” – sembra provenga dall’Università Gregoriana di Roma e sia stata ripresa in un libro da un docente di teologia di Bressanone – circa l’omelia, comunemente detta “predica”. Suona così: «L’omelia deve essere come la minigonna: corta, aderente alla vita, e lasciar intravvedere il mistero». Naturalmente, mi è stato chiesto di dire la mia. Non mi sottraggo. Si tratta di una citazione sicuramente caustica, magari efficace, un poco irriverente, che rischia di essere solo una promessa sbruffona e acchiappa-fedeli… Sono parte in causa e quindi raccolgo spesso le lamentele circa le prediche che sarebbero – questa è la critica principale – troppo lunghe. Ora, “corta” e “lunga” sono misurazioni relative. Credo che vi siano omelie corte che annoiano ben più di omelie lunghe. E non vorrei proprio che il paragone con la minigonna faccia pensare a qualcosa che si indossa velocemente, senza richiedere alcuna fatica. Ora, il peggior modo di predicare è proprio quello di non prepararsi e di improvvisare quattro idee ben confuse condite con i luoghi comuni. Credo proprio che un’omelia possa essere relativamente corta o lunga, ma debba nascere da un lavoro interiore, da un pensiero forte. Forse, in un tempo povero e frammentato come il nostro, l’omelia dovrebbe assomigliare più ad un cappotto che ad una minigonna: la “predica” deve essere calda, avvolgente, lunga quanto basta e deve essere confezionata con un tessuto insieme morbido e robusto, e cucita bene attorno al corpo… al corpo di Cristo che è la Chiesa. 

Mi sono capitati tra le mani alcuni appunti che fanno parte di una predicazione che feci nel settembre del 2009 ai preti del Mendrisiotto, che iniziavano l’anno pastorale. Circa l’omelia dissi così:

«Essa deve avere un punto fermo e due variabili. Il punto fermo è la Parola di Dio, che è sempre la stessa e viene ciclicamente riproposta nella liturgia: non bisogna mai stancarsi di leggerla e lasciarsi interrogare, ogni volta come se fosse la prima volta. Ma, soprattutto, sono importanti le due variabili. La prima è il vissuto del prete, che non deve stare fuori: se mi confronto con un brano della Scrittura e vivo una fase di aridità spirituale, mi sembrerà di sentire quelle parole rivolte a me come uno sprone ma anche come un giudizio. Non posso nascondere questo stato d’animo alla mia prassi di redazione dell’omelia! Rientra eccome, e magari si capirà anche che le cose che poi dirò nell’omelia le sto dicendo soprattutto a me. Ma c’è anche la seconda variabile, che è data dalla storia della comunità, dalle sue vicende concrete, dalle persone che ho incontrato quella settimana, dalle esperienze vissute. Se torno dal campo estivo e tutto è andato bene, la mia omelia deve trasmettere la gioia e la soddisfazione… Se ho avvertito che c’è un eccesso di volontà dimissionaria che aleggia nei gruppi, non dimenticherò di trovare il modo di proporre nell’omelia il senso autentico della responsabilità cristiana. Un bravo pastore non dimentica il punto fermo, ma nemmeno si esime dal confrontarlo con le due variabili. Ovviamente, le omelie preconfezionate non funzionano. Possono aiutare se chi le ha confezionate ha tenuto in considerazione questa triplice attenzione e ci propone, quindi, delle omelie in situazione, vive e vivaci, che magari mi danno uno spunto di incarnazione per creare la mia omelia!».

Quel giorno avevo esordito con una citazione tratta da un libro di Klaus Hemmerle (filosofo e teologo, arcivescovo di Aquisgrana morto nel 1994), il quale descrive il prete come l’uomo che aiuta gli uomini a raggiungere il loro cielo, e aggiunge: «Io non sono il manager del cielo degli altri. Non sono l’architetto, il quale non abita nella casa che costruisce; non sono il portiere o la maschera di teatro, che non prende parte alla festa, alla “rappresentazione”; non sono il manipolatore, che mette gli altri nel loro cielo. Certamente, anche se io non andassi in cielo, non pervenissi al cielo, rimarrebbe valido il mio incarico: cioè, far sì che essi trovino il cielo e diano il cielo. Io però non posso rendere credibile e svolgere con frutto questo incarico, se io stesso non abito in questo cielo, se io stesso non sono in cammino insieme con gli altri verso il cielo, se non posso testimoniare il cielo perché lo conosco dall’interno».

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4 thoughts on “Prediche: minigonne o cappotti?

  1. Si Don…. la predica è come un abito che indossi e che bello quando te lo senti alla perfezione!!!!!
    e così deve essere la parola di Dio. Quando ascolto l’omelia alla domenica mi sento presa in causa, comincio a mettermi in discussione, sembra che la predica sia rivolta a me!!!!! e mi domando: ma com’è possibile ????? e questo mi piace e mi da lo spunto per fare meglio…… o almeno, me lo auguro……
    di questo ti ringrazio e ti assicuro che non mi annoio mai………
    Cristina.

  2. “Ora, il peggior modo di predicare è proprio quello di non prepararsi e di improvvisare quattro idee ben confuse condite con i luoghi comuni. ” proprio così caro don Agostino…..e quel che è peggio è che la maggior parte della gente comune preferisce -purtroppo- questo formato. Almeno così pare ormai assodato nella mia parrocchia eanche oltre il campanile. Che tristezza e come rimane basso il livello. Ma dove è andata a finire l’esegesi dei brani di scrittura chiamati in causa? e il magistero della chiesa? Sono aspetti lasciate solo agli “addetti ai lavori”? Allora restiamo nell’ignoranza, condita con una buona dose di banalità. Desidero un bel caldo e accogliante cappotto!!!!!!

    • Grazie. Io credo che tanti cristiani desiderino essere avvolti dalla Parola di Dio, sapientemente commentata. Spero che i preti prendano coscienza che il ministero della Parola è importante e che vi dedichino il tempo necessario.
      don Agostino

  3. Sono convinto che commentare la Parola di Dio richieda passione, impegno e preparazione; perciò ritengo inappropriato il paragone citato. Tuttavia penso che l’omelia non debba superare un certo limite di tempo (5/6 minuti max?), trascorso il quale l’attenzione di molti fedeli (molto spesso io sono fra questi) mi pare tenda scemare. Probabilmente il paragone non è calzante, ma ho in mente un giornalista, il quale trovava decisamente inadatto rimandare il lettore del suo articolo di fondo alle pagine interne del quotidiano; eppure, in molti di quegli articoli che si concludevano in prima pagina, ritrovavo sia la chiara decrizione del fatto che il limpido commento del giornalista. Mi rendo conto che gli spunti che scaturiscono dalla lettura della Parola possano essere infiniti, ma l’attenzione di molti fedeli al commento della Stessa non mi pare sia direttamente proporzionale.
    Mauro Cifani.

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