Contro la «sindrome di Gesù Bambino»…

Ci risiamo. Ogni anno, all’avvicinarsi del Natale, si ripresenta in alcuni soggetti la “sindrome di Gesù Bambino”. La domanda è: perché festeggiamo Natale? La risposta è semplice, storicamente verificata da millesettecento anni circa (se si dà credito alla prima celebrazione della festività cristiana in un anno tra il 243 e il 354): a Natale si festeggia la nascita di Gesù. Quelli che sanno fare le distinzioni dotte, ad un certo punto, hanno cominciato a rispondere diversamente: a Natale i cristiani festeggiano la nascita di Gesù. Vero, e gli altri? S’approfittano della festa cristiana per farsi un po’ di vacanze? Chissà, forse è proprio così. Adesso, sempre presso menti illuminate a cui sta a cuore la crescita  armonica delle giovani generazioni, è invalsa l’idea che si debba addirittura nascondere il motivo della festa di Natale, per non offendere chi non è cristiano. Dunque: è Natale, perché è la festa dell’amore, della fratellanza e della solidarietà (prima c’è Telethon, e poi… arriva anche Natale). O, come da qualche anno s’usa a Oxford – ma lì la sapienza umana, si sa, è di casa – non è più nemmeno Natale, ma è la festa della luce invernale.

Permettetemi di mettere in ordine tre requisiti fondamentali di un Natale cristiano.

Il primo requisito sta nel non nascondere il motivo della festa e i diritti del Festeggiato. È Natale solo perché è nato Gesù. Solo perché nasce Gesù. Gli altri motivi sono dei derivati belli, simpatici e anche auspicabili, ma senza l’essenziale valgono quanto il due di picche a briscola. Chi vuole nascondere questa verità storica per rispettare chicchessia compie un reato contro l’intelligenza e dimentica che anche chi non condivide un patrimonio religioso ha bisogno di conoscere e apprezzare i motivi veri per cui si celebra un giorno di festa. Ad Oxford, infatti, i primi a protestare contro l’abolizione del Natale nel 2008 furono il rabbino e il capo della comunità islamica, nella convinzione che essi non avevano bisogno di una festa della luce invernale, quanto invece di condividere consapevolmente con i cristiani la gioia del Natale.

Il secondo requisito sta nel tornare all’essenziale del Natale cristiano. Nel corso del tempo la freschezza della Natività ha subito alterazioni, talvolta capaci anche di mettere in ombra la limpidezza dell’annuncio. Bisogna sempre tornare alle origini. E, da questo punto di vista, la sobrietà dei racconti evangelici è una via maestra di originalità cristiana. La lettura dei vangeli dell’infanzia (Mt 1-2; Lc 1-2) è operazione capace ogni volta di riportarci al centro del Natale. Il dolciastro si deposita sul fondo del cuore, che, però, viene nutrito di sentimento oltre che di verità.

Ed ecco, allora, un terzo requisito per sfuggire al rischio del “sola Scriptura” (che è sempre latente, anche in tempi di pensiero debole, e che origina facilmente fondamentalismi religiosi): occorre ricordarsi che il Natale è il prodotto dei Vangeli e della Tradizione bimillenaria della Chiesa. Chi volesse separare razionalisticamente la Scrittura dalla Tradizione procurerebbe una ferita nella vita della comunità cristiana, che è ancora più lancinante se riguarda la solennità del Natale. Demitizzare non equivale mai a disumanizzare. Il Natale è la festa dell’Incarnazione, ma è anche una festa incarnata. Milioni di cristiani (qualcuno di intelligente ci sarà pur stato!) hanno depositato immagini, riflessioni, racconti, poesie in libri e opere d’arte, regalando intuizioni e messaggi che hanno attraversato fecondamente i secoli. Buttare via tutto ciò che non c’è nei vangeli canonici per il gusto (un po’ superbo) di carpire l’essenziale del Natale è operazione maldestra, non solo sul piano della pedagogia ma anche sul versante della teologia.

Infatti, se c’è una freddezza che nasce dal negare la scena al Festeggiato, ce n’è una ancora più pungente che nasce dal lasciarlo solo, filologicamente puro, protetto perfettamente da quelle concrezioni, che però sono tipiche della natura umana, quella medesima natura umana che Egli, Dio, ha voluto pienamente assumere. Natale non è forse questo: il “sogno” di un Dio fatto uomo divenuto carne della nostra carne?

 

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