Islam. Integrazione possibile?

Questa sera – martedì 13 dicembre 2011 – alle ore 21 sono stato invitato dall’associazione “L’Incrocio” ad un dibattito che si svolgerà presso la sede della Circoscrizione 3 a Camerlata in via Varesina 1/A, sul tema “Islam. Integrazione possibile?”. Riporto il testo di un mio articolo ospitato come editoriale sulla prima pagina del Corriere di Como di domenica 20 novembre 2011.

 

Quando si parla di islam tra noi, il semplicismo dei principi astratti è pericoloso. È importante riconoscere i diritti inalienabili delle persone e delle comunità, anche quel sacrosanto diritto alla libertà religiosa che in tanti Paesi islamici, invece, non è per nulla garantito, ma bisogna tenere aperti gli occhi e collegato il cervello, altrimenti la nostra apertura viene letta come ingenuità e arrendevolezza. Ad esempio, è sbagliato confondere il diritto ad avere un luogo in cui pregare con il diritto ad edificare una moschea. Quest’ultima – non sono io a dirlo, ma è l’opinione prevalente tra i musulmani – ha la funzione simbolica di affermare anche visibilmente la presenza islamica, culturale e politica e non solo religiosa, sul territorio. Tanto è vero che i governi islamici – Arabia Saudita in primis – stanziano ingenti fondi non per far uscire dalla povertà i Paesi dell’Africa o del Medio Oriente, ma per costruire moschee nei Paesi occidentali dell’immigrazione islamica. Il progetto di islamizzazione dell’Europa cristiana non è l’invenzione di qualche reazionario occidentale, ma è lucidamente pianificato da autorevoli esponenti islamici. Quando i musulmani sono minoritari in una società tessono una trama di dialogo e di rivendicazioni e mirano a creare una crescente influenza politica, ma quando diventano maggioranza rompono gli indugi e instaurano un governo islamico in cui i confini tra comunità religiosa e comunità politica sono labili. Il nodo è questo. In Occidente si è giunti a distinguere il piano religioso da quello politico, per cui un cittadino cattolico che voglia legittimamente dare il suo contributo in campo legislativo lo fa entrando nel confronto politico, cosiddetto “laico”. Questa fondamentale distinzione, invece, non fa parte del bagaglio culturale dell’islam, tanto è vero che le comunità islamiche presenti in Italia non sono riuscite a stringere intese con lo Stato italiano, a motivo della loro genetica riottosità a rinunciare a principi che fanno parte della sharia, di una legge cioè che, nata sul terreno religioso, deve essere per forza legge sociale e civile. Questa attuale impermeabilità dell’islam a quello che per noi è un essenziale principio di convivenza dentro una società plurale, deve far riflettere. E deve interrogare seriamente i nostri politici e i nostri amministratori. Incontrare gli islamici che vivono tra noi non è – da un punto di vista culturale, sia chiaro, e non certo esistenziale – la stessa cosa che incontrare altri gruppi sociali o religiosi. È necessario tener conto di questo loro particolare modo di porsi di fronte alla politica e alla società, che non ha assimilato il caposaldo della “laicità”. Altrimenti si corrono gravi rischi per la convivenza civile. Come ebbe a dire qualche anno fa, in occasione del Sinodo per l’Europa, l’allora arcivescovo di Smirne (Turchia), mons. Bernardini, riferendo le dichiarazioni di un autorevole personaggio musulmano: «Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo, grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo».

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