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Mi permetterete una sottolineatura su qualcosa che sta all’inizio di questa pagina evangelica, ed è un consiglio che Gesù ci dà: «Stai attento a quelli che, prima di domandarti un consiglio o di iniziare un dialogo con te, ti ungono per bene.
A Gesù dicono: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno». Ben 26 parole mielose, che sono preparativi all’attacco, all’inganno: infatti i farisei si sono radunati «per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi». La moneta è lo strumento del tentativo dei farisei. E l’argomento non è certo nuovo ed è coniugato anche se in modi diversi anche oggi. Le tasse.
Certo, al tempo di Gesù erano le tasse che gli ebrei dovevano pagare a Roma, l’invasore, colui che aveva tolto la libertà al popolo eletto dall’unico Dio. Ecco la domanda: questo tributo è proprio necessario pagarlo? Per Gesù aprire soltanto la bocca e lasciar intendere un mezzo «sì» o un mezzo «no» significava comunque entrare nella disputa e rischiare un malinteso.
E Gesù che cosa fa? Tiene la moneta del tributo che i farisei gli mostrano, ma cambia l’argomento, lo approfondisce: egli non parla di tasse ma pone al centro l’uomo e ne richiama l’immagine. Infatti, sulla moneta romana c’è l’immagine dell’imperatore che l’ha coniata per festeggiare qualche particolare avvenimento, il compleanno o un trionfo in guerra. Gesù, invece, fa riferimento all’immagine che è come coniata in ogni uomo, ed è l’immagine di Dio stesso che lo ha creato.
Che cosa significa essere a immagine di Dio? L’interpretazione più diffusa vede nell’anima, sede dell’intelligenza, la differenza essenziale che c’è tra la creazione del mondo e degli animali e la creazione dell’uomo. Mi sembra una risposta che non spiega con il linguaggio biblico la differenza. È molto bello quello che scrive l’esegeta francese Alain Marchadour: «Essere a immagine di Dio è essere sulla terra per proseguire quello che Dio ha cominciato». Siamo monete preziose, perché portiamo l’immagine di Dio e la continuiamo a mostrare come segno di una appartenenza speciale che arricchisce l’intero universo.