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Una volta mi è stato detto che questa pagina evangelica ha bisogno di una verifica, perché la metodologia indicata da Gesù per correggere qualcuno che ha sbagliato nei miei confronti fa riferimento a pratiche che non vengono più utilizzate oggi. Non voglio assolutamente banalizzare, per cui evito di fare esempi che ciascuno può immaginare di aver visto o fatto. A me sembra, però, che bisogna partire da una constatazione non di poco conto. Gesù parla di correzione fraterna perché evidentemente ci sono relazioni fraterne, e soprattutto c’è una comunità che addirittura viene chiamata in causa, ma non subito. Subito c’è solo il dialogo con la persona che ha commesso la colpa. Devo andare a parlare con lui, devo programmare un incontro faccia a faccia. Tra me e lui. Infatti, coinvolgere la comunità subito vorrebbe dire esporre al pettegolezzo una questione che magari può essere risolta a tu per tu. A me sembra che siano le due coordinate che mancano di più, oggi: la capacità di mettermi di fronte all’altro serenamente con carità e verità e il coraggio, se diventa necessario, di coinvolgere la comunità (il che vuol dire portare anche un po’ di confusione). Oggi questo ultimo elemento rischia di finire negli ingranaggi della ricerca di un giudizio oggettivo (ma esiste poi?) che dovrebbe arrivare da una giustizia che purtroppo è lenta e non sempre è gestita bene. Proprio nei giorni in cui la nostra comunità diocesana ha festeggiato il suo patrono sant’Abbondio, il vescovo Oscar si è rivolto agli abitanti della Città e alle Autorità, con il suo discorso, il cui titolo è una domanda: lupi o agnelli? Come il grano e la zizzania nella famosa parabola di Gesù, agnelli e lupi coesistono spesso nella medesima persona. Invece noi rischiamo di dividere il mondo in buoni e cattivi, con quella nefasta nostalgia che abbiamo del bianco e nero in un mondo che è a colori o comunque a sfumatura di grigio. Affinché i singoli e, se necessario la comunità, siano in grado di giudicare correttamente, è indispensabile amare la complessità, ma anche non essere poi pusillanimi e rinunciare a prendere comunque una posizione. Credo che la prima urgenza che c’è oggi sia quella di «riarmare» la capacità di dialogare.