Vedi il video con la meditazione di don Agostino cliccando qui.

Parto da un ricordo della mia fanciullezza. D’estate venivano organizzate (da grandi aziende, comuni o enti sociali e religiosi) periodi di vacanza al mare o in montagna per bambini e ragazzi. Erano chiamate «colonie».
Ricordo che la disciplina di centinaia di ragazzi era impostata in modo simil-militare. Il mio ricordo si riallaccia al brano evangelico di questa quarta domenica di Pasqua che è sempre tratto dal vangelo di Giovanni al capitolo 10: è la domenica del buon pastore. Mi vengono in mente le «colonie» perché Gesù inizia il suo discorso, pronunciato subito dopo la guarigione del cieco nato, con l’immagine del recinto delle pecore, recinto di cui afferma di essere la porta. Ecco, l’esperienza delle «colonie» io la ricordo come un’esperienza di recinto.
Si stava gran parte della giornata dentro la Casa che ci ospitava e si usciva solo per una rara passeggiata in montagna o per andare in spiaggia dove un piccolo recinto era creato anche in mare con corde e bandierine per delimitare la zona in cui si doveva restare a fare il bagno, perché poi il fondale era profondo. Naturalmente tutti questi recinti avevano uno scopo cautelativo.
Mi domando sempre: ma la Chiesa non è vissuta forse come un recinto? Trattiene e salva le pecore che sono dentro e va a cercare anche altre pecore per metterle nel recinto. Mi domando: è questa azione di portare altre pecore nel recinto ciò che chiamiamo missione? Credo proprio che molti pensano che sia così, per cui si tengono alla larga dalla Chiesa oppure se già ci sono, cambiano recinto, cambiano gregge. Davvero? Sicuri che la Chiesa, posto che lo sia, sia l’unico recinto? Basta guardare la multinazionale del divertimento – che con una traduzione libera potrebbe indicare proprio la libertà che si ottiene cambiando recinto – per comprendere che cosa intende Gesù, quando dice: «Io sono la porta delle pecore». La porta fa entrare e fa uscire.
A me Gesù pare di vederlo, davanti a tutti, slanciato, sicuro, che ci spinge fuori dai nostri recinti. Lo confessa: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Sìgnore Gesù, ci manca la vita. Tu che sei la via e la verità dacci la vita e daccela in abbondanza. La tua Chiesa non sia una «colonia»!
Vero, ci sono molti recinti; più che recinti capestri. Situazioni che promettono libertà e portano schiavitù.
La Chiesa, a ben guardare, ci “recinge” con l’amore di Cristo che – come dice S. Paolo – è largo, lungo, alto, profondo. Cioè raggiunge ogni fibra vivente rendendola ancora più viva.
Il recinto della Chiesa è in realtà una siepe che protegge il sentiero e i nostri passi. Dunque non qualcosa che ci trattiene ma ci accompagna.
È un abbraccio che non stringe ma comunica il senso di un’appartenenza e ci rende famiglia.
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“No alla Chiesa «colonia»… Dacci la vita!” Don Agostino, come si fa, usciti dal recinto per andare nel pascolo, ad avere la vita e in abbondanza? Tino
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La vita è un dono che si domanda, e che si dona… La Vita è il legame più forte che abbiamo con Dio… è la sua neshamah, il suo repiro.
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Hai descritto molto bene che cos’è il recinto della Chiesa. Come dovrebbe essere. Purtroppo spesso manca il respiro, manca la vita! E la siepe è alta, spessa.
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È vero: la vita è un dono che viene direttamente da Dio.
Molto dipende da come noi lo percepiamo, da come percepiamo la Chiesa:: se manteniamo il nostro essere radicato in Cristo; se ci sentiamo legati a lui non dobbiamo temere per la nostra libertà. L’ Eucaristia è un perenne nutrimento della nostra personale libertà: entra in noi trasformandoci, facendoci partecipi della vita divina. Mangiare: esiste rapporto più diretto, intimo, carnale?
In ogni minuto possiamo esprimere la nostra libertà ( e sembra una sciocchezza!):dipende dalla consapevolezza, dall’essere presenti a ciò che facciamo, pensiamo.
È proprio bello essere vivi ( e molti, purtroppo sono aborti ambulanti)
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L’espressione aborti ambulanti mi sembra francamente fuori luogo. Spiegami che cosa intendi con queste parole.
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Ho letto solo ora la tua postilla ( in fondo).
intendevo, con l’espressione un po’ brutale, indicare quanti non vivono veramente pur camminando , lavorando ecc.
Esistono senza passioni, senza la consapevolezza della propria natura di creature e di esseri spirituali.
Ora che sono vecchia ho a volte il timore di non aver gustato e amato fino in fondo ciò che mi è stato offerto.
Bernanos aveva spiegato bene la situazione ma non ricordo in quale opera ( lettura adolescenziale ed era una faccenda di fazzoletti con la piega quasi incisa per non esser mai stati tolti dal taschino).
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