Pietra su pietra

TRENTATREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno  C

Pochi hanno ancora il coraggio di dire le cose che Gesù dice oggi nel vangelo, ma forse pochi sanno dirle come le dice lui. Probabilmente c’è qualcuno che sta magnificando il tempio di Gerusalemme nel suo splendore, e Gesù ne annuncia la distruzione (che di fatto avverrà nel 70 d.C.). Ma il suo non è catastrofismo. Quel tempio sta a cuore anche a lui, ma le pietre, pur belle, non possono costituire un fondamento di vita. Anche il tempio, che pure segnala tra gli uomini la presenza di un Dio che vuole essere vicino, è semplicemente un mezzo, un segnale appunto, e compiacersene in modo vano può essere pericoloso oltre che inutile. Tutto, su questa terra, porta in sé la traccia di una fine. O meglio di una trasformazione finale.

Gesù sa di avere qualche precedente famoso nel linguaggio un poco enigmatico che egli usa. Uno di questi è proprio il profeta Malachia (cf prima lettura): «Ecco, sta per venire il giorno rovente come un forno». Il forno è il luogo in cui si brucia, ma è anche il luogo in cui si cuoce. Il pane è il frutto del forno, e la sua fragranza è l’esito di un’alta temperatura. Solo passando attraverso la prova del fuoco la storia di un po’ di farina impastata con l’acqua si trasforma in pane. Malachia certamente sta prospettando un fuoco che brucia, ma a bruciare è solo la paglia, che in quel momento rivela tutta la sua inconsistenza. Malachia sta prendendosi gioco della sicurezza dei superbi, di quelli che credono di essere forti: sembrano forti, ma davanti al fuoco di Dio sono paglia e la loro inconsistenza brucerà nel forno. «Quel giorno venendo li brucerà fino a non lasciar loro né radice né germoglio». Paglia, appunto, ovvero vita rinsecchita che non ha più possibilità di attingere il nutrimento nel suo passato né ha possibilità di rinnovarsi nel futuro. Appare in questa immagine del profeta la vera inconsistenza del male, se paragonato al fuoco di Dio: il male non ha né radice né germoglio, la sua forza è unicamente nel presente. Basterebbe pensare a quanto ci accade tutte le volte che ci rendiamo conto di un nostro peccato e lo riconosciamo come tale: ci manca la terra sotto i piedi, il passato ci crolla addosso e ci sentiamo smarriti di fronte al futuro. Se volessimo una descrizione dell’inferno – cioè del fallimento definitivo della vita – eccola qua: è l’eternità di questo smarrimento senza radice e senza germoglio che sperimentiamo ogni volta che riconosciamo di aver voltato le spalle al nostro Creatore e Redentore. Malachia descrive subito dopo anche il paradiso: «Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia». Lo stesso fuoco, che per gli uni sarà come un forno che brucia la paglia rimasta senza radici e germoglio, per gli altri sarà come un sole radioso che farà spuntare germogli ad una pianta rimasta viva grazie alle radici piantate nel terreno.

Gesù si pone nel solco del profeta Malachia ed il suo linguaggio apocalittico è in realtà una segnaletica stradale per chi vuole percorrere bene questo tempo destinato a finire. Questo tempo assomiglia al tempio di Gerusalemme: contiene in sé il germe della sua distruzione, ma contiene di già anche il germe della sua trasformazione. Più che parlarci della fine del tempo – anche perché la descrizione che ne viene fatta è talmente generica che può andar bene per ogni momento – Gesù ci parla del fine del tempo e ce ne illustra tre atteggiamenti fondamentali, vere e proprie pietre miliari non soggette alla distruzione come quelle del tempio. Se del tempio non resterà pietra su pietra, ecco invece tre pietre da mettere l’una sopra all’altra. Innanzitutto «badate di non lasciarvi ingannare» dai falsi profeti, che pretenderanno di essere Gesù Cristo o di conoscere quando verrà la fine del mondo. Ve ne sono sempre, in ogni tempo. Ebbene – dice Gesù – «non andate dietro a loro!». Poi, di fronte alle inevitabili persecuzioni, siamo invitati a porre la nostra fiducia unicamente nel Dio che ci darà a tempo opportuno «parola e sapienza» per resistere. Infine, attenti alle delusioni di cui è gravido il tempo che precede la fine; l’unico rimedio per la salvezza delle anime resta la perseveranza, che s’innesta proprio sulla fiducia in Dio. Nella certezza che in Lui ritroveremo tutta la nostra vita, proprio tutta, sino all’ultimo capello del nostro capo!

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