Amore integrale

QUINDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno C

Due domande, due risposte. Andiamo con ordine, perché altrimenti questa pagina evangelica rischia di essere ridotta ad una ricetta sociale, mentre è una proposta esistenziale globale. Prima domanda: «Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» Lo scopo della domanda è la vita eterna, ovvero la salvezza integrale dell’uomo, non una semplice liberazione orizzontale. È una domanda verticale, quella del dottore della legge. Non domanda: «Dimmi come posso star meglio». No. La domanda riguarda la vita eterna, ovvero la dimensione della salvezza che naturalmente passa attraverso questa vita terrena ma non si lascia da essa definire. Poi, la domanda è personalissima: che cosa devo fare io. Del resto, la vita eterna come esito della mia vita terrena non è una prospettiva che può essere delegata ad un altro. Eppure la domanda si distanzia grandemente dalle nostre, che invece tendono sempre a spersonalizzare il problema: «che cosa deve fare la società, lo Stato, il Governo, la Chiesa, i Vescovi…». Il dottore della legge, pur domandando per mettere alla prova, imposta correttamente la domanda alla prima persona singolare. E da ultimo: che cosa devo fare. Fare: non semplicemente pensare, credere, progettare, sognare. Il verbo usato è il verbo della concretezza della vita terrena. È come se il dottore della legge avesse intuito che, comunque, la vita eterna si raggiunge attraverso un fare qui e ora. Non è un problema da poltrona, il suo.

La risposta Gesù la fa costruire dal suo interlocutore, facendo esclusivo riferimento alla Legge scritta, senza alcuna rivelazione aggiuntiva. Per ereditare la vita eterna è necessario fare l’amore di Dio e del prossimo. Nessuna novità eclatante, sennonché i due versanti vanno egualmente praticati: non si può fare indigestione di prossimo e astinenza da Dio, e nemmeno si può pensare di chiudersi in un amore privato di Dio eliminando il prossimo. Qui ci sarebbe da sostare a lungo, perché si tratta di un aspetto che caratterizza radicalmente la proposta cristiana, che non è pura compassione dell’uomo e nemmeno pura ascesi in Dio, ma esattamente il compenetrarsi delle due dimensioni che si fondono in una: Dio è nell’uomo, ma so vederlo se dimora in me il Dio fatto uomo. Qui c’è il segreto di una parola cristiana – carità – che spesso noi riduciamo o a pietà celebrativa o a pietà assistenziale. Certo, è carità recitare il rosario ed è carità dare da mangiare agli affamati, ma può non essere carità né l’uno né l’altro gesto, perché è carità solo nella misura in cui quel gesto è abitato dall’amore di Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze, e dall’amore del prossimo come se stessi.

Ma eccoci alla seconda domanda del dottore della legge, il quale, evidentemente, si trovava in maggiore difficoltà sul versante dell’amore del prossimo. Per giustificarsi domanda a Gesù che gli indichi chiaramente quali sono le categorie sociali di riferimento: «E chi è mio prossimo?». La parabola del buon samaritano serve a Gesù per modificare radicalmente il senso di questa domanda e per darle una risposta cristiana. Come tutte le parabole, il racconto di Gesù, pur così realistico in tanti suoi aspetti, è volutamente schematico e paradossale. Ciò che dobbiamo individuare come importante è il nucleo, e il centro della parabola mi sembra questo: non è tanto importante che tu individui chi è il tuo prossimo, ma che tu ti faccia prossimo di chiunque incontri sulla tua strada. Detto con altre parole: non è la vicinanza ad una persona a creare amore, ma è l’amore a creare vicinanza. Se ami Dio e il prossimo, sei portato a sentire ogni uomo come tuo prossimo; se sei fuori dalla prospettiva dell’amore di Dio e del prossimo, ogni uomo rischia di esserti estraneo. È forte anche per noi il messaggio di questa parabola? Certamente. Il rischio per noi credenti è di trovarci fuori dalla dimensione integrale della carità e di essere, di volta in volta, o abili assistenti sociali o bigotti frequentatori di messe: o tante opere per gratificare il nostro ego o tante preghiere per mettere a posto la nostra coscienza. Atteggiamenti entrambi sbagliati, perché fuori dal messaggio cristiano che è unificante.

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