Vino robusto, quello di Gesù!

TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno C

Quello di oggi non è certo un «vangelo estivo» da ascoltare sotto l’ombrellone: non propone discorsi rilassanti e disimpegnati. Le parole di Gesù sono nette. Ci piacerebbe aggiungere un po’ d’acqua, ma il suo vino è talmente forte e robusto da impedire ogni attenuazione. Le parole di Gesù vanno prese così, come egli le ha pronunciate, e, semmai, accostate nella loro integralità alla nostra fragilità, come un punto di riferimento sicuro, come specchio in cui riflettere la propria vita, come bastone a cui appoggiare la propria caducità. Gesù non dice queste cose per farci sentire lontani, ma come per voltarsi e aspettarci, senza però modificare le «regole d’ingaggio», che sono quelle e restano quelle.

Non è mai facile commentare il vangelo, ma questa pagina evangelica richiede grande umiltà, perché nessuno può sentirsi a posto di fronte ai rimproveri di Gesù. Ciascuno di noi si sente dipinto nell’uno o nell’altro dei discepoli che già stanno seguendo Gesù o intendono farlo. Le loro obiezioni sono i nostri inciampi. Giacomo e Giovanni vorrebbero brandire il Vangelo come una spada e Gesù li rimprovera. Quante volte ci sentiamo dalla parte giusta e invochiamo una punizione esemplare dal cielo. Secondo una logica umana, magari è vero che abbiamo ragione, ma dall’alto non arrivano fuochi che consumano e, quando arrivano, colpiscono indiscriminatamente, tanto da farci gridare contro un Dio scandaloso. No, Dio non è un pulsante per scaricare le nostre frustrazioni di cristiani, sempre più incompresi dal mondo. Chi rifiuta il Vangelo si è già punito da se stesso, non servono fuochi dal cielo. Semmai, Gesù consiglia di non insistere quando si incontra il rifiuto: né desideri di vendetta divina, né facili accomodamenti del Vangelo. Bisogna passare oltre verso un altro villaggio, tenendo inalterato il sapore forte del Vangelo.

C’è ancora chi cerca sicurezza umana e mondana all’ombra di Gesù? Non avere dove posare il capo può essere indicativo di una libertà totale, di un’assenza di punti di riferimento in vista di una creatività a 360 gradi, ma è pure indice di un’instabilità e di una esposizione massima alle intemperie, meteorologiche certo ma soprattutto psicologiche: non poter contare su una tana o su un nido significa doversi fidare unicamente di Colui che dirige gli avvenimenti. È il «dovunque tu vada» su cui Gesù insiste, rispondendo al tale che gli aveva assicurato un entusiastico «ti seguirò». E se il «dovunque» fosse la croce, invece di una vita tutta rose e fiori? Paradossalmente, Gesù è uno che accende il cuore dell’uomo, ma vuole essere seguito senza rombi di motore, con il ritmo di assordante silenzio dei passi quotidiani. Esperienze forti, belle, calde, emotivamente coinvolgenti ci sono e, in giusta misura, sono pure importanti, ma il tasso di cristianesimo che circola nel sangue del discepolo si misura a bocce ferme, nell’eroismo del quotidiano, quando nebbie e nuvole sembrano oscurare l’orizzonte.

E se qualcuno volesse stendere un regolare contratto di lavoro con Gesù, chiedendogli legittime condizioni di sequela? Titubanti sull’esito della missione cristiana, ci comportiamo spesso così di fronte alla chiamata di Gesù a seguirlo: poniamo le nostre condizioni, non capricci, ma quelle che ci sembrano giuste esigenze umane (vuoi che non lo sia il dare degna sepoltura al proprio padre?). Non è in gioco la generosità, ma chiediamo un po’ di comprensione per i nostri affetti e qualche attenzione ai tempi del distacco. Come a dire: «Ti seguirò dovunque tu vada, ma non subito… aspetta un attimo, lasciami organizzare la partenza!». Niente da fare: la libertà del discepolo non può essere affidata ad un calcolo, è uno slancio. Seguire Gesù significa cambiare radicalmente l’ordine degli affetti: Gesù non è il primo della lista, con il rischio di diventare qualche volta secondo e qualche volta… ultimo. Egli, in un certo senso, è l’unico. L’unico che, una volta scelto liberamente e totalmente, dà il giusto valore a tutti gli affetti umani. Taglia corto Gesù: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio». Di fronte a queste ultime parole c’è solo da invocare una grande misericordia, perché chi ha tenuto il conto delle volte in cui si è voltato indietro?

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