L’albero e il frutto

OTTAVA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno C

«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?». Sono sempre attuali queste parole di Gesù. Purtroppo i fossi aumentano e aumentano anche i ciechi che si affidano ai ciechi. «Ogni albero si riconosce dal suo frutto». I frutti di certi alberi li abbiamo davanti agli occhi, eppure facciamo fatica a riconoscere che, se hanno dato frutti cattivi, sono alberi cattivi. La proposta del vangelo è estremamente seria e, sotto un linguaggio semplice e paradossale, nasconde una grande verità. Nel secolo scorso possiamo annoverare tre tentativi di definire l’uomo e la sua natura profonda. Si è detto: l’uomo è colui che pensa, e la storia è pensiero, incontro e scontro di idee. Poi, quasi per reazione, si è cambiata idea e si è detto: l’uomo è colui che fa e produce, e la storia è azione, laboratorio di tecnica. Poi – ed è forse un tentativo di mediazione tra le altre due posizioni, tra pensiero e azione – si è detto: l’uomo è colui che dice, e la storia è parola, dialogo tra parole. Ebbene, si tratta indubbiamente di tre verità parziali, ma anche di tre riduzioni della complessa natura umana, perché l’uomo è una unità indisgiungibile di pensiero, parola e azione.

Lo dice anche la Sacra Scrittura, anche se usa un’altra terminologia. Abbiamo ascoltato nel libro del Siracide (prima lettura) che «la parola rivela i pensieri del cuore»: ciò che sta dentro l’uomo, nel suo cuore (e il cuore per la Bibbia è la sede dei pensieri), viene come a galla nella parola. Il vangelo va nella stessa direzione quando ci riporta la parola di Gesù il quale dice che «la bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda». Ma non è solo questione di bocca, di parole pronunciate. Quella sorta di albero che è il cuore, vero centro dell’uomo, si può valutare alla luce non solo delle parole ma dei fatti che produce, perché – sono sempre parole di Gesù – «ogni albero si riconosce dal suo frutto». Insomma, c’è una profonda unità nell’uomo tra pensiero, parola e azione, e, quando non c’è, l’uomo scade in una forma di disumanità e si condanna a non essere pienamente se stesso. Il Vangelo, quindi, richiama l’uomo ad una coerenza tra le sue fondamentali dimensioni.

Attenti, non è tanto e primariamente una coerenza di tipo morale, perché credo che essa costituisca un traguardo mai pienamente raggiungibile, a causa della fragilità dell’uomo stesso. Si tratta di una coerenza più originaria, una unità più profonda. L’invito della Parola di Dio è a non accettare i compromessi tra le intenzioni e le azioni, a non subire il fascino delle ideologie che offrono soluzioni confezionate e disdegnano le ricerche e i percorsi di vita.

Bella l’immagine evangelica della pagliuzza e della trave: se vediamo (di solito, molto bene!) la pagliuzza nell’occhio dell’altro e non vediamo l’enormità della trave nel nostro occhio, a perderci è l’integralità della nostra umanità e il giudizio è viziato dal nostro sguardo malato e, per così dire, strabico.

La via del vangelo, come sempre, non è semplice. Non basta prendere gli ingredienti che ci sono nelle parole di Gesù e mischiarli. Il vangelo non propone ricette. È una ricerca continua, appunto un percorso di vita, che necessita di una guida sicura cui affidarsi. Si direbbe che la bocca di Gesù esprime proprio ciò che dal suo cuore sovrabbonda. Si direbbe che egli è un uomo in cui le tre dimensioni di cui abbiamo detto sono coniugate in unità profonda. Uno, insomma, che non è cieco e che non ci porta nel fosso. Uno da cui lasciarsi guidare.

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