Colpo di testa 107 / Il Carnevale mortificato e i giorni senza più festa

Corriere di Como, 5 marzo 2019

Che cosa è rimasto del Carnevale? Poco o niente. Questa ricorrenza rappresentava la riemersione semel in anno di un fiume carsico, che per il resto del tempo veniva come imbrigliato sotto il suolo. Ora, quel rigoglio ha come trovato una perenne vita di superfice e il fiume è attivo alla luce del sole per tutto l’anno. Sottrarre provvisorietà al Carnevale ha significato mortificarlo sino al punto di annullarne l’energia e la forza catartica. Se Carnevale è tutto l’anno, non ha più senso relegarlo in alcuni giorni del calendario, come valvola di sfogo di una pentola che ha ormai perduto il coperchio. Naturalmente ci sono ancora sfilate di carnevale, feste mascherate nelle scuole o in altri luoghi di ritrovo, tipiche produzioni dolciarie legate alla ricorrenza, ecc. Ma è come se s’intuisse che si sta cercando di tenere in vita artificialmente un moribondo, dentro l’ennesima occasione di divertimento di cui è lastricato ormai l’intero anno.

Forse gli unici ad aspettare ancora il Carnevale sono i bambini, almeno sino a quando l’età non li fa scivolare dentro il ritmo del tempo scandito dagli orologi dei grandi. Quando sono piccoli, i cuccioli dell’uomo amano all’inverosimile indossare un costume variopinto che li porta nel mondo delle fiabe o nel campo dei desideri: così vestiti, anzi, si pavoneggiano, per nulla preoccupati di quello che possono pensare gli altri. Poi, nell’età della prima adolescenza, cominciano a provare vergogna per quel ridicolo travestimento che può modificare agli occhi degli altri le loro parvenze. Mano a mano che crescono, resta magari una parrucca, una maschera o un mattarello, ma è come se avessero improvvisamente capito che divertirsi è un’altra cosa. È la fine precoce del Carnevale, che giunge forse già a tredici anni, e che immette in una via di progressiva desertificazione della vera gioia.

E gli adulti? Finché sono coinvolti dai bambini, continuano a compiere l’ufficio di organizzare feste di carnevale, ma è come se vi fossero obbligati per un dovere. Si vede che in certe feste non c’è passione: sono ritrovi in cui si assolda magari un bravo animatore, un professionista del divertimento al posto di colui che dovrebbe esserci in qualità di educatore, e che invece è già annoiato in partenza.

Poi, quando i figli sono grandi al punto di scegliere in proprio come divertirsi, anche gli adulti si sentono liberi da ogni dipendenza dal ruolo di organizzatori di eventi. E non sanno più fare festa nemmeno loro. Credo proprio che il nostro mondo, per così dire «decarnevalizzato», abbia il problema dello scorrere inesorabile dei giorni, disperatamente uguali, nell’alternanza monotona di tempo lavorativo e tempo libero dal lavoro. La perdita della sacralità di un giorno festivo – giacché la domenica è diventata un contenitore indistinto per tutto – ha contribuito a questa incapacità di vivere la festa secondo un ritmo che vada oltre le esigenze privatistiche dell’individuo e possa avere una dimensione comunitaria.

Ecco, il Carnevale, quello vero, nato e vissuto fino a qualche anno fa in un contesto religioso, in stretta simbiosi con la Quaresima e la Pasqua, questa dimensione comunitaria della festa ce l’aveva. Ma quel Carnevale non esiste più.

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