Gesù, la felicità e il desiderio…

SESTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno A

«Ma io vi dico…». Dovrebbe bastare questo. Gesù ci dice, innestando le sue parole su un insegnamento antico, a cui egli offre un fondamento e un indirizzo nuovo. E il famoso “discorso della montagna”, un capolavoro di novità innestata sull’antico. Nulla va perduto, eppure tutto va superato, interiorizzandolo, radicandolo nel profondo del cuore. Basta poco, certo, per essere malvagi. Basta una parola cattiva radicata nel cuore a uccidere una persona. Ma basta anche una parola buona non detta per diventare cattivi.

Signore, come sei esigente! Si, e vero, ma e un’esigenza di liberta. Se si è come Gesù ci vuole, si è davvero liberi e forti. Lo so, è un cammino che non finisce mai su questa terra, diventare come Lui ci vuole. Eppure, l’unico modo per sapere se è vero ciò che Gesù ci dice, è provarlo dal di dentro, seguendolo, stando con Lui. Finché stiamo sull’uscio a vedere se vale la pena spendersi, non capiremo nulla di Gesù…

La morale di Gesù è esigente ma è profonda, vera. Non è una verniciatura di cristianesimo. La felicità che Gesù elargisce in questo discorso della montagna – che, non dimentichiamolo, si apre proprio con quel “Beati” ripetuto otto volte – parte dalla giustizia. Guai a pensare d’essere capaci di misericordia, se non partiamo dalla giustizia: non v’è sulla terra nessun amore che possa essere tale se non rispetta le regole della giustizia, quella giustizia che Dio ha sepolto nell’uomo e che I’uomo deve trovare nascosta dentro di sé, quella giustizia originaria che ci portiamo dentro da Adamo, ma che Adamo ha rovinato con il peccato e Cristo ha redento, rendendola appunto «superiore».

Dice Gesù: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli». Uno potrebbe pensare: facile superare la giustizia di scribi e farisei, che è tutta apparenza. No, cari miei, non è facile: non significa affatto superarla in quantità di regole e norme rispettate – e già così sarebbe difficile – ; si tratta di superarla in profondità di radicamento dentro il cuore. Basta adirarsi per uccidere, basta odiare nel profondo del cuore per uccidere, basta aver pensato di uccidere per aver ucciso. La morale di Gesù è liberante, perché basta amare nel cuore per amare davvero, basta riversare il nostro amore in una preghiera per raggiungere Dio e raggiungere il fratello o la sorella. La profondità del cuore, infatti, non vale solo in negativo, ma anche in positivo.

Pensiamo all’altro esempio concreto che fa Gesù: non commettere adulterio. Oggi facciamo anche fatica a capire che cos’è I’adulterio in un mondo che ha banalizzato i rapporti tra uomo e donna. Eppure, la fiducia e la fedeltà sono ancora valori amati e desiderati. Ecco, Gesù dice che basta guardare una donna (o un uomo, perché, sia chiaro, la cosa è reciproca) per desiderarla, e si commette di già un adulterio con lei nel proprio cuore. Il cuore è più grande di un letto, secondo Gesù. Che cosa vuole dirci Gesù: che non possiamo più guardare un uomo o una donna e coglierne la bellezza? Che non possiamo più coltivare amicizie e amori profondi nel nostro cuore? No, dice esattamente il contrario: dice che l’amore è uno solo e che può unire i cuori con una profondità e una purezza che supera la giustizia delle regole. Dice forse che non possiamo più desiderare? Come é possibile, Signore, vivere senza esercitare questa forza cosi umana che è il desiderio? No, Gesù non impedisce assolutamente il desiderio, ma vuole liberarlo dal carcere del possesso, del dominio e della conquista in cui il desiderio è immiserito.

Insomma, nel discorso della montagna Gesù ci svela come siamo fatti e come possiamo davvero raggiungere la felicità. Ha ragione Gesù? C’è un fatto che sembra confermare che egli ha ragione: l’infelicità dilagante nel nostro tempo, la tristezza, la follia, la fatica vissuta male, la perenne insoddisfazione. Tutte cose che indicano la lontananza dal centro, da quel centro della vita che Gesù ha racchiuso nel suo “discorso della montagna”. E per annunciarlo ha dovuto usare un «ma», un perentorio «ma io vi dico», perché noi evidentemente diciamo e pensiamo qualcos’altro…

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