Colpo di testa 19 / Un inno alla vita da tenersi stretta

Corriere di Como, 14 febbraio 2017

amore e psicheIl 14 febbraio è la festa degli innamorati, la festa di San Valentino. Se cerchiamo un fondamento storico a questo patronato, non ne troviamo alcuno veramente convincente. Di santi che portano questo nome ce ne sono almeno due, uno sacerdote a Roma, l’altro vescovo a Terni, entrambi martirizzati a Roma nella seconda metà del terzo secolo. Ma come collegarli agli innamorati? È vero, i due Valentino hanno perso… la testa, ma per Dio, non per una sublime creatura umana cullata nei sogni dell’amore. Sembra che l’unico appiglio per il sorgere della festa degli innamorati sia da ricercare in una coincidenza di calendario (il vecchio calendario giuliano in anticipo di undici giorni rispetto all’anno solare), che fa sì che il 14 febbraio cada in prossimità del mese in cui inizia la primavera: la temperatura cominciava a dare i primi segnali di calore, gli uccellini facevano sentire il loro canto e iniziavano a preparare il nido in vista dell’accoppiamento. Pensieri che si diffusero nel primo Medioevo e che diedero lo spunto per numerosi proverbi, tra cui: «A San Valentino ogni valentino sceglie la sua valentina». Due più due fa quattro… e così cominciarono a circolare alcune leggende in cui il San Valentino vescovo di Terni avrebbe favorito l’amore impossibile della bella Serapia con il centurione Sabino. Da qualche anno la festa di San Valentino è diventata una ghiotta occasione commerciale, con il suo corredo di dolciumi, gioielli, cene e serate danzanti.

Ma se uno scopo questa festa ce l’ha, è quello di mettere al centro l’amore nel suo essere il motore della vita. Non una eccezione festiva, ma una ricorrenza feriale. Per nulla banale, però, anzi l’opposto di una abitudine standardizzata. San Valentino non ha la pretesa di essere la festa dell’amore, ma la festa degli innamorati. Non è la celebrazione di un concetto, ma l’incensazione della vita concreta, in cui accade di innamorarsi. Fall in love, dicono gli inglesi: non decidere l’amore, ma caderci dentro con qualcuno. È quello che è capitato all’uomo nel giardino in Eden, quando, uscendo dalla sua estasi, ha visto per la prima volta la donna. Ma forse è quello che era già accaduto, ogni sera di quella dura settimana di creazione, a Dio, che guardava quanto era uscito dalle due mani e scopriva che era bello e se ne innamorava.

Ecco, questo amore capace di regalare ebbrezza alla vita, l’ho ritrovato – nascosto eppure protagonista, come Eros nel mito platonico – nelle splendide parole della canzone di Fiorella Mannoia al recente Festival di Sanremo. Un inno alla «vita che passa» e verso cui noi siamo spesso distratti, «illudendoci d’averla già capita» e invece «dovremmo imparare a tenercela stretta». Nel «traffico di sguardi senza meta» che ingolfa il nostro stressante quotidiano, ad essere benedetto è proprio «chi dona l’amore che ha dentro». Grazie a lui, grazie a lei, «la vita è perfetta» e «se cadi ti aspetta».

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