Dopo la Cirinnà, che senso ha il matrimonio concordatario?

MATRIMONIO
Leggo sulla mia bacheca facebook il parere di un amico, che, dopo l’approvazione della legge Cirinnà sulle unioni civili, scrive così: «A questo punto, per una coppia di credenti cristiani sposati in Chiesa con Matrimonio Concordatario (quindi valevole anche ai fini Civili), e a cui sta a cuore in primis il proprio vincolo coniugale davanti a Dio, “conviene” da oggi divorziare civilmente. Perché così facendo, e pur rimanendo a vivere insieme nell’amore e nella fedeltà, potrebbero ottenere benefici e assegni per i figli a carico e non dover più fare i conti con cumulo dei redditi famigliari, quoziente Isee, o estenuanti graduatorie per alloggi.  Il paradosso quindi é proprio questo: “conviene” infatti a questo punto smembrare anche “fiscalmente” la famiglia per allinearsi allo smembramento (in)”civile” in corso, che i più chiamano progresso. E ottenerne così immediati vantaggi tra le mura di casa…».

Esatto. È così. Comprendo sempre meno l’utilità civica di fare crociate in difesa del matrimonio. La china non va certo assecondata,  ma non può essere arrestata nella maniera in cui si crede di poterlo fare. Mi spiego: a che serve annunciare un ricattuccio elettorale (come ha fatto il leader del Family Day Massimo Gandolfini), minacciando voti contrari al governo nel referendum sulle riforme istituzionali di ottobre? Ma non serve nemmeno ripetere le solite lamentele sull’uso eccessivo del voto di fiducia nelle aule parlamentari (come ha fatto il segretario dei vescovi italiani, mons. Nunzio Galantino), il che equivale a dare un semplice buffetto a Renzi.

Mi pare che, a livello dell’episcopato italiano, almeno per ora manchi del tutto la capacità di elaborare una nuova coraggiosa strategia per affrontare la realtà. Si continua a credere che si possa dare una spallata al cambiamento in atto, e si continua a sognare una realtà diversa (magari garantita provvisoriamente in Parlamento da una manciata di voti di franchi tiratori), e non si vuole prendere atto che bisogna fare i conti con un dato di fatto. Questa fatica di ragionare con la realtà è tipicamente ecclesiastica!

E la realtà è questa: il matrimonio sacramento non è più equipollente con il magma costituito da matrimonio civile, unioni civili e convivenze, per cui la trascrizione automatica al civile di un matrimonio canonico è prassi da rivedere quanto prima. Bisogna cominciare a dare libertà ai coniugi cristiani di scegliere lo stato civile che è più conveniente per loro e per la loro famiglia. In questo modo anche lo Stato forse capirà che la libertà costa (magari anche finanziariamente). Nessuna senatrice Cirinnà potrà certo lamentarsi se il criterio della “libertà arcobaleno” verrà usato da cristiani, i quali vivono fedelmente il loro matrimonio ma poi si adattano a quanto lo Stato offre, sfruttando al meglio le possibilità che vengono concesse a tutti i cittadini, cattolici compresi.

Invece di perdersi in discussioni infinite e in polemiche che finiscono per logorare il clima ecclesiale, forse è opportuno tagliare il cordone ombelicale con il matrimonio concordatario, che non ha più senso di esistere, e permettere più agevolmente scelte di matrimonio solo canonico a quei pochi che vogliono veramente sposarsi. È giunto il momento di dimostrare ai paladini delle libertà individuali che anche noi cristiani cattolici italiani siamo capaci di essere liberi e che anzi, in proposito, siamo dotati di grande fantasia…

Che cosa ne pensate?

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