Lui da solo…

DICIASSETTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno B

DSC_0615Si rimane sconcertati di fronte alle ultime parole di un racconto che presenta un fatto così prodigioso: «lui da solo». Il protagonista della moltiplicazione dei pani è costretto alla solitudine perfetta della montagna. Ma ciò che sconcerta di più la mentalità del nostro mondo è che Gesù fugge di fronte al successo. Non andavano a prenderlo per metterlo in prigione. «Venivano a prenderlo per farlo re». E Gesù, sapendolo, «si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo». Un simile comportamento è fuori di ogni logica, tranne quella del profeta di Dio. Lo abbiamo ascoltato nelle passate domeniche: il profeta – e Gesù è il profeta per eccellenza, in questo la gente non sbaglia affatto – è uno capace di scuotere la polvere da sotto i piedi e andarsene senza rimorsi; è uno che porta la perenne novità della Parola di Dio e proprio per questo gli mandano a dire che non c’è bisogno di lui. È uno – ce lo dice il Vangelo odierno – capace di rifiutare una promozione a re che non corrisponde al suo itinerario profetico. Il nome «re» spunterà sulla testa di Gesù solo sulla croce: quello è il modo di essere re del profeta, dell’uomo di Dio. E anche in quell’occasione Gesù sarà «lui da solo». Proviamo ad entrare in punta di piedi nella solitudine di Gesù sul monte, che assomiglia molto a quell’altra solitudine estrema di Gesù sulla croce.

  • Non è una solitudine aristocratica. Ce ne sono, oggi, persone che si credono importanti e che si arroccano nella solitudine di chi vuole essere cercato e incensato. Gesù non è uno di questi: non si ritira tutto solo per farsi cercare e per farsi dire: «Vieni! Abbiamo bisogno di te!».
  • Non è una solitudine risentita. Come quei tali che, dopo aver fatto il loro dovere, e avere ricevuto in tutta risposta una buona dose di ingratitudine, si ritirano risentiti, mugugnando e ripromettendosi di non far più niente per quella gente così poco riconoscente. Gesù moltiplicherà ancora i pani per quella folla, ripeterà ancora il segno e poi offrirà la pienezza di quel segno: il dono di sé stesso, pane di vita per tutti gli uomini. Gesù non è venuto per incamerare gratitudine, ma per donare grazia su grazia. È il generoso per eccellenza, per cui la sua solitudine non può essere dettata dal risentimento.
  • Il Gesù tutto solo sul monte, che lo vogliamo o no, è l’immagine perfetta di Dio, molto più che il Gesù miracoloso che moltiplica i pani. È l’immagine perfetta di Dio, così come ce lo ha descritto san Paolo nella seconda lettura: «Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti». Un Dio che dona gratuitamente sé stesso, il pane per il corpo e il pane per lo spirito, senza chiedere nulla in cambio. Potremmo, allora, dire che la solitudine di Gesù sul monte è una solitudine teologica. Una solitudine divina, tipica del Dio che contempla la sua opera di salvezza con distacco. Gesù è uno che si commuove per la folla sino al punto di sfamarla, ma non sino al punto di essere affamato del consenso della gente e dei suoi desideri. Gesù persegue un piano di salvezza che è quello del Padre, totalmente libero anche se totalmente integrato dentro la storia degli uomini. Non si esime dal risolvere i problemi più urgenti e materiali di quella gente, ma lo fa da Signore, operando segni che rimandano a più di quello che si vede immediatamente (e sarà questo il tema delle prossime domeniche in cui continueremo a leggere il sesto capitolo del Vangelo di Giovanni).

Ciascuno tragga le sue conclusioni. Chiediamo il dono di saper essere disinteressati come Gesù, guardando alle cose fatte, alle parole dette, alle persone amate con il distacco della solitudine, affidando al Signore i frutti in quel campo in cui si è speso il proprio sudore con grande dedizione e generosità. Sarebbe sbagliato non aver dato il pane. Ma è sbagliato credersi insostituibili nel darlo. Dice san Paolo: «né chi pianta, né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere» (1 Cor 3,7). E chiediamo al Signore il dono di essere capaci di vera riconoscenza e gratitudine. Dio non ne ha bisogno, ma noi sì, per non crescere ottusi e calcolatori.

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