Toccare

TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno B

EPSON DSC pictureChe cosa accomuna i due racconti che nella pagina evangelica di oggi sono come incastrati l’uno nell’altro? La donna che da dodici anni aveva perdite di sangue e la figlia di Giàiro morta ad appena dodici anni? Si tocca con mano l’abisso del dolore umano. Giàiro è disperato per la figlioletta che sta morendo e che poi effettivamente muore: quale dolore può essere paragonato a questo? Vedersi morire una figlia che sta aprendosi alla vita (a dodici anni era ormai pronta ad essere donna, a quell’età poteva essere promessa sposa) è fonte di disperazione, il mondo ti crolla addosso, la fede vacilla. Ma anche la donna affetta da perdite di sangue era in preda alla disperazione. Ridotta alla solitudine, senza la possibilità di una vita affettiva autentica, accusata di impurità e di rendere impure le cose e le persone che toccava. Ebbene, la fede nella persona di Gesù diventa decisiva per guarire la donna dalla sua malattia e reintegrarla in una rete di amicizia e di amore, e per ridare un futuro di donna a colei che il padre chiama ancora teneramente «figlioletta». La fede, però, non è un pensiero, non è qualcosa che si può realizzare pigiando sulla tastiera di un computer in una sorta di incontro virtuale. La fede per quel padre disperato è andare a cercare Gesù, è chiamarlo ad un gesto di salvezza, è continuare a seguirlo mentre egli si dirige verso la casa in cui la figlia è ormai cadavere. La fede per quella donna sola è abitare la folla che stringe Gesù per avere un contatto con lui solo. Diciamolo senza paura: la fede è toccare. Se vi dicono che la fede è un atto spirituale e vogliono convincervi che riguarda una dimensione privata della vita che non ha molto da spartire con la vita vera, quella concreta di tutti i giorni, ebbene vi stanno fregando, vi stanno vendendo una cosa che non serve a nulla. La fede è quel coraggio che spinge la donna a toccare il mantello di Gesù e che fa uscire da lui una forza risanatrice che la tocca nel profondo, proprio là dove il flusso di sangue sgorgava dal suo corpo di donna, e lo ferma. Gesù se ne accorge. Si accorge di essere stato toccato. Si accorge di aver toccato con la sua forza divina. Altro che ambiente sterile, altro che rapporto asettico. Nel mezzo della folla che stringeva Gesù (ma evidentemente non lo toccava!) avviene un atto di fede che è un atto di toccare, non un semplice credere o pensare. Forse bisognerà riflettere sulla nostra fede perbenista, che se ne guarda bene dal toccare Gesù, e si nasconde nella folla. Del resto i discepoli stessi – quelli che sulla barca di fede ne avevano dimostrata poca! – fanno anche un po’ di ironia su questo Gesù che avverte di essere stato toccato nella baraonda di gente che lo circonda. Faccio solo una domanda, per non essere generico: quante volte l’anno sentiamo il bisogno di toccare Gesù con l’opacità della nostra vita quotidiana nel sacramento della Confessione? Almeno una volta l’anno, dice un precetto della Chiesa. Purtroppo questa è diventata la norma dei cristiani praticanti, una o al massimo due volte all’anno, perché arriva Natale, perché arriva Pasqua. E poi i peccati sono sempre gli stessi… Ma anche il perdono è sempre lo stesso? Non sentiamo il bisogno umano che ci venga confermato sopra la testa, dentro il cuore? Evidentemente non sentiamo il bisogno di toccare il mantello di Gesù, di finire in ginocchio davanti a lui per dirgli tutta la verità, come la donna di cui ci parla il vangelo di oggi. Gesù direbbe anche a noi: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male!». Mi direte: ma lo sappiamo già che Gesù ci perdona… Non abbiamo tempo e voglia di confessarci. Vedete che la nostra fede assomiglia ad un languorino interiore e privato? No, Gesù ha bisogno anche lui di toccarci con la sua grazia, con il suo perdono. Di guardarci negli occhi, di prenderci per mano e di risollevarci.

È il gesto bellissimo che compie nella casa di Giàiro con quella giovinetta dodicenne che egli fa rinascere alla vita. «Prese la mano della bambina e le disse: “Talità kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico: alzati”». E poi è preoccupato che le si dia da mangiare… Grande questo Gesù, appassionato, tenero, deciso, capace di toccare la nostra umanità, e desideroso di essere toccato dalla nostra umanità. Cerchiamo di incontrarlo.

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One thought on “Toccare

  1. Potrebbe essere che la fede sia uno scambio reciproco di fiducia? così che quel battesimo che abbiamo ricevuto da piccoli e poi anche i sacramenti, non restino un fatto anagrafico. Altrimenti si fa’ come quelli che passano per la vita come per un tunnel e non fanno in tempo a percepire la sicurezza e il calore della fede. Pensando che frequentandosi, ci si conosce di più, anche la fede ha bisogno di frequentazioni, di fiducia anche perchè se non siamo noi per primi ad abbandonare Gesù, Lui, di sicuro, riempie il nostro cuore di virtù. Ma possiamo chiederglielo!

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