Papa Francesco e la «vignetta» del pugno…

«Ma lo sai che il papa ha invitato a dare un pugno?». «Ma no, impossibile! Non ci credo… uno mansueto come Francesco». «Te l’assicuro, sull’aereo parlando coi giornalisti… L’hanno detto anche al telegiornale». Ho rubato questa conversazione in rete, e ho scoperto che fare esempi per spiegare il proprio pensiero è pericoloso e si presta a qualche fraintendimento. Del resto, già alcune parabole di Gesù continuano da secoli ad essere lette fuori dal contesto, per cui sento dire che Gesù avrebbe difeso la disonestà degli amministratori che fanno affari loschi per salvarsi la pelle, e l’arroganza dei padroni che pagano salari iniqui agli operai, ma anche l’imprudenza dei pastori che lasciano novantanove pecore incustodite per cercarne una sola che si è smarrita. Sciocchezze.

Ma, allora, che cosa ha detto papa Francesco ieri durante l’incontro coi giornalisti sull’aereo che dallo Sri Lanka lo portava nelle Filippine? Ha detto – rispondendo al giornalista francese Sébastien Maillard e in riferimento ai fatti di Parigi – che la libertà religiosa e la libertà di espressione sono entrambi diritti umani fondamentali, e già qui ha corretto lo strabismo circolante negli ultimi giorni, che vede solo con l’occhio della illimitata libertà di espressione. Ha detto poi che mai e per nessun motivo si può uccidere in nome della propria religione, in nome di Dio. Ma ha aggiunto che ognuno ha il diritto di praticare la propria religione – fosse pure il proprio ateismo o agnosticismo, aggiungo io – senza offendere la fede degli altri. Quindi – apriti cielo, per la mentalità svolazzante nelle piazze in questi giorni e che ha portato un bel po’ di soldi nelle casse del settimanale Charlie Hebdo andato a ruba nelle edicole – papa Francesco ha solennemente ricordato che «nella libertà di espressione ci sono limiti».

Perbacco, questo il Papa proprio non lo doveva dire! E non perché sia effettivamente una novità sulla bocca di un papa. Anzi, si tratta di un concetto non particolarmente nuovo sulla bocca di un papa. Ma, proprio per questo, sarebbe stata una piacevolissima e laicistica novità – e sarebbe, Dio mio, finita a caratteri cubitali in prima pagina, come la notizia dell’uomo che ha morso un cane – se, nella risposta al giornalista francese sull’aereo che lo portava nelle Filippine, questo concetto fosse mancato sulla bocca di papa Francesco, che si tende a mostrare al mondo come un papa che… non è come gli altri.

E poi papa Francesco ha rotto altri due tabù. Ha fatto, intanto, quell’esempio familiare, che poi è stato banalizzato come un’eccezione all’evangelico «porgi l’altra guancia». Ha detto testualmente: «Abbiamo l’obbligo di avere questa libertà, ma senza offendere. Perché è vero che non si può reagire violentemente, ma se il dott. Gasbarri, grande amico, mi dice una parolaccia contro la mia mamma, si aspetta un pugno! È normale! È normale. Non si può provocare, non si può insultare la fede degli altri, non si può prendere in giro la fede». E se dicessimo che sull’aereo papa Francesco ha raccontato una parabola? Anzi, se dicessimo che, ad un certo punto, ha tirato fuori la sua matita e ha disegnato una bella vignetta umoristica?

Ebbene sì. Ha fatto anche ridere i giornalisti, divertiti per quella che hanno considerato un’efficace battuta. E li ha fatti forse pensare. Far ridere e insieme far pensare dovrebbe essere il compito di una vera satira, che invece in tanti ai nostri giorni – Charlie Hebdo, ahimé, insegna – hanno ridotto a irresponsabile istintività offensiva. Fra l’altro, l’esempio della mamma ha fatto anche capire che nella dinamica dell’affermazione dei diritti, non si deve stare sulle nuvole dei massimi sistemi, ma è opportuno tenere conto della concreta umanità e dei diversi contesti culturali e religiosi in cui l’offesa cade: essa può anche incontrare un perdono meditato, ma deve aspettarsi anche una risposta più impulsiva.

Secondo tabù infranto: papa Francesco ha citato con precisione – dicendo che non si ricordava dove papa Benedetto avesse detto quelle parole – il discorso di Ratisbona, altro punto in cui la cultura laicista ha i nervi scoperti. Ecco le parole di papa Bergoglio: «Papa Benedetto in un discorso – non ricordo bene dove – aveva parlato di questa mentalità post-positivista, della metafisica post-positivista, che portava alla fine a credere che le religioni o le espressioni religiose sono una sorta di sottocultura, che sono tollerate, ma sono poca cosa, non fanno parte della cultura illuminata. E questa è un’eredità dell’illuminismo. Tanta gente che sparla, prende in giro, si prende gioco («giocattolizza») della religione degli altri. Questi provocano e può accadere quello che accadrebbe al dottor Gasbarri se dicesse qualcosa contro mia mamma. C’è un limite, ogni religione ha dignità, ogni religione che rispetti la vita umana, la persona umana, io non posso prenderla in giro. Ho preso questo esempio del limite per dire che nella libertà di espressione ci sono limiti, come (nell’esempio) della mia mamma».

Quindi: nessuna comprensione per il terrorismo, ma la libertà religiosa deve necessariamente comprendere il diritto delle religioni a non essere offese. Sono cose che papa Francesco dice e fa. Come ha dimostrato con la sua visita fuori programma ad un tempio buddista prima di lasciare lo Sri Lanka, sottolineando anche l’autentico respiro interreligioso della grande celebrazione di Madhu dove «c’erano buddisti, islamici, induisti, e tutti lì a pregare». Perché, è vero – ha detto il Papa – «ci sono gruppetti fondamentalisti, ma non sono col popolo: sono élite ideologiche, ma non sono col popolo».

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