Seconda Domenica del Tempo Ordinario. Ecco l’agnello di Dio…

La frase di Giovanni Battista ha trovato posto nel rito della Messa, proprio quando il sacerdote, alzando l’ostia, la presenta all’assemblea, dicendo chi è effettivamente Colui che si va a ricevere nella comunione: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo». Siamo abituati a sentire queste parole, ma ho il sospetto che non le comprendiamo. Ci colpisce l’immagine dell’agnello, che a noi dice istintivamente una dolcezza che commuove: che cosa c’è di più poetico di un agnellino da mettersi sulle spalle (come ha fatto qualche giorno fa’ papa Francesco)? Ebbene, l’agnello di cui parla Giovanni Battista non ha proprio nulla di poetico e commovente. L’agnello richiama la pratica dei sacrifici di animali offerti a Dio, soprattutto la tradizione di sacrificare l’agnello al tempio di Gerusalemme in occasione della Pasqua per poi mangiarlo a casa nella cena pasquale con la propria famiglia. Qui, però, Giovanni indica Gesù non come l’agnello offerto a Dio, ma come «l’agnello di Dio», l’agnello che Dio offre per la salvezza dell’umanità. Dicendo così, il Battista indica di già la via che Gesù dovrà percorrere, anticipa quello che il vangelo di Giovanni mostrerà con intensa drammaticità: una Pasqua in cui il vero agnello non è uno di quelli sacrificati al tempio, ma è Gesù che muore sulla croce, fuori dalle mura della città, lontano dal tempio, proprio nello stesso momento in cui nel tempio venivano sgozzati gli agnelli pasquali. È lui il vero agnello, nel sacrificio del suo sangue viene assicurata salvezza all’uomo. Ed è «l’agnello di Dio», l’offerta che il Dio divenuto uomo fa di se stesso. Il simbolo evocato dalle parole di Giovanni Battista – che, dicendole, punta il dito su Gesù – è dunque non tanto la poetica dolcezza dell’agnellino, quanto il dono della vita che Gesù farà, vita di Dio stesso donata per noi. Parole, dunque, impegnative per chi deciderà di seguire «l’agnello di Dio», Gesù, lungo la sua strada che conduce al sacrificio della croce.

Giovanni dice anche in che cosa consiste la salvezza portata dall’«agnello di Dio»: togliere il peccato del mondo. Il verbo usato dal Battista dice esattamente l’azione compiuta da Gesù: «colui che prende il peccato del mondo». Gesù si carica del nostro peccato – lui che è senza peccato – lo prende su di sé e lo toglie di mezzo, agendo come agnello sacrificale. Come avrà fatto Giovanni Battista a capire questo? Ce lo ha raccontato il vangelo di domenica scorsa: Gesù si mette in fila con i peccatori per ricevere un battesimo penitenziale di cui non aveva alcun bisogno. Giovanni capisce che quel gesto è simbolico, dice il progetto del Padre che Gesù vuole compiere: egli si carica il peccato del mondo, lo prende su di sé, lo prende e, quindi, lo toglie all’uomo per farlo suo. Giovanni rimane stupito di fronte a questo gesto di Gesù, è una conoscenza nuova che ha di lui. Ecco perché due volte confessa: «Io non lo conoscevo». Come è possibile – ci domandiamo noi – visto che Gesù e Giovanni erano cugini e coetanei? Giovanni vuole intendere che egli non conosceva veramente quale fosse il piano di Gesù, fino a quando non se l’è visto venire mischiato alla folla dei peccatori che andavano al fiume Giordano a farsi battezzare. Giovanni ha dovuto cambiare la sua idea su Gesù: non era come egli se lo aspettava, non avrebbe compiuto la sua missione di Messia nel modo in cui tanti ebrei attendevano. Gesù sarebbe stato agnello e non leone. O meglio sarebbe stato «il leone della tribù di Giuda», ma sotto la forma umana dell’«agnello di Dio». Avrebbe ottenuto la salvezza, non eliminando il peccato del mondo, ma prendendolo su di sé. Non sarebbe stato un Messia guerriero, ma un Messia umile.

All’inizio del tempo ordinario la liturgia vuole metterci davanti agli occhi la vera identità di Gesù, così che anche noi possiamo confessare come Giovanni Battista: «Io non lo conoscevo». È così: non conosciamo mai abbastanza Gesù, e rischiamo di seguire ogni volta una nostra caricatura. C’è bisogno di confrontarci spesso con la sua vera immagine e di purificare il nostro modo di essergli discepoli. Giovanni cambiò la sua idea e si ritrovò sulla bocca una professione di fede completa: Gesù non è solo il Messia atteso dal popolo ebreo, ma «è il Figlio di Dio» mandato a togliere il peccato del mondo.

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